Per Kyiv si è trattato di un giorno di lutto. Dopo il bombardamento che nella notte tra mercoledì e giovedì ha investito la capitale ucraina, la conta dei morti si è fermata a 30. I feriti ammontano a circa un centinaio. E mentre si è scavato senza sosta tra le macerie per cercare gli ultimi dispersi, la pioggia di fuoco russa non si è fermata. Nella regione di Sumy, sono morte quattro persone, tra cui una bambina di un anno. E nella notte, la contraerea ucraina è intervenuta per abbattere oltre 80 droni e un missile balistico.

Le forze di Kyiv hanno reagito con nuovi attacchi. Almeno cinque persone sono rimaste uccise in un bombardamento sul mercato di Tokmak, nella parte dell’oblast di Zaporizhzhya occupato dalle forze di Mosca. Altri due civili sono morti per raid nell’area di Bryansk e Belgorod. E in questa città, i droni ucraini hanno anche preso di mira una fabbrica ritenuta fondamentale per la filiera dell’industria elettrica russa. Mentre poche ore dopo, il Servizio di sicurezza ucraino, lo Sbu, ha rivendicato un attacco contro la base aerea di Gvardinsky, dove è stato colpito un deposito di droni Shahed, e un altro contro la base aerea di Saki, in Crimea, dove i droni ucraini di Kyiv avrebbero centrato sette caccia di varia tipologia: Su-30SM, Su-30 e Su-24. L’obiettivo delle forze ucraine è chiaro da tempo.

Nelle ultime settimane, l’esercito ha deciso di puntare su due tipologie di attacco. Da un lato, prendere gi mira gli obietti nel cuore della Federazione russa, da Mosca a San Pietroburgo fino alle centrali e le raffinerie in tutto il territorio del Paese per colpire la quotidianità dei civili e mettere in difficoltà il Cremlino. Dall’altro lato, Kyiv sta anche puntando in modo sempre più significativo sulle infrastrutture delle regioni occupate dell’Ucraina, dalla Crimea fino ai porti russi sul Mar Nero, in modo da spezzare le catene logistiche, il rifornimento di carburante, interrompere anche l’approvvigionamento elettrico e e isolare i contingenti nemici che si trovano in aree sotto controllo russo.

Volodymyr Zelensky sta facendo il possibile per far emergere le crepe della narrazione del Cremlino. Vladimir Putin appare ormai sempre più in difficoltà in patria. Nell’opinione pubblica, serpeggia un malcontento sempre più diffuso. La carneficina ormai non si può più nascondere, tanto più ora che la guerra, con i droni, è arrivata anche nelle città ritenute impermeabili al conflitto. Secondo il Centre for strategic and international studies, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina l’esercito di Mosca ha totalizzato circa 1,4 milioni di vittime, tra soldati feriti e uccisi. I militari caduti si aggirerebbero tra i 400mila e i 450mila, la maggior parte dei quali provenienti da regioni estremamente povere e periferiche. Ma di certo anche l’Ucraina non è immune da questo bagno di sangue.

Secondo gli esperti del Csis, le forze di Kiev avrebbero tra le 525mila e le 625mila vittime, tra morti, feriti e dispersi. I caduti, in questo caso, sarebbero in una forbice tra le 125mila e le 150mila unità. Un baratro anche dal punto di vista sociale, economico e per il futuro del Paese. E Zelensky sa che Putin non si fermerà fino a che non avrà raggiunto i suoi principali obiettivi. Secondo la Difesa russa, l’esercito ha di nuovo aumentato la pressione via terra dopo settimane di stallo. Ieri è stato annunciata la presa del villaggio di Oleksandrivka, nella regione di Dnipropetrovsk. Secondo alcuni media polacchi, gli Usa hanno avvertito Varsavia di possibili provocazioni del Cremlino anche nel territorio del Paese Nato per distrarre l’attenzione dall’Ucraina e mettere in allarme l’Alleanza atlantica.

E l’allerta è alta soprattutto perché al vertice di Ankara i leader dei Paesi membri del blocco occidentale dovrebbero fare quadrato proprio intorno a Kyiv. Secondo Reuters, i capi di Stato e di governo si sarebbero accordati per una dichiarazione congiunta che parli di “impegno incrollabile” per la difesa collettiva della Nato e a fornire all’Ucraina aiuti militari per 70 miliardi di euro nel 2026 e “almeno livelli equivalenti” nel 2027. E questa, per Zelensky, è una boccata d’ossigeno fondamentale. A maggior ragione perché ieri è stato confermata la presenza in Turchia del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in pieno scontro con gli alleati per le spese e per quello che ritiene un “impegno unilaterale” americano, ha ribadito che sarà ad Ankara “solo per rispetto” del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.