Proporre cambiamenti coraggiosi e impopolari
Combattere la Grande Stagnazione del Pensiero e non amministrare il declino, la politica smetta di lisciare il pelo all’elettorato
Per misurare l’assurdo cortocircuito in cui siamo immersi, bastano le due immagini speculari di ieri. Da una parte Donald Trump, l’uomo alla guida della prima superpotenza del pianeta, che risponde al suo telefonino privato a un giornalista di La7 e, con la nonchalance di una chiacchierata al bar, spara un paio di cazzate su Giorgia Meloni. Mentre a Chicago, in contemporanea, Barack Obama celebra la nascita del suo nuovo Presidential Center, alla presenza delle stazzonate leadership progressiste, intente unicamente a piacersi, celebrarsi e parlarsi addosso, lontane anni luce dalle strade dove la gente vive e fatica. In questa doppia, grottesca istantanea c’è una perfetta rappresentazione delle classi dirigenti dell’Occidente contemporaneo, spaccato a metà tra un populismo sguaiato, puramente transazionale, e l’autoreferenzialità estetica di élites che si specchiano nella loro bolla, mentre intorno a noi sta letteralmente cambiando tutto.
L’intelligenza artificiale non sta semplicemente riscrivendo i mercati, ma ridisegna il mondo e la natura stessa degli esseri umani: questo dovrebbe essere chiaro a chiunque. È una mutazione storica e antropologica che impone un radicale cambiamento della politica e delle istituzioni che abbiamo creato con fatica e successi negli ultimi secoli, a partire dagli Stati nazionali che non funzionano più. I singoli abitanti di questo pianeta, con uno smartphone in mano, si percepiscono come dèi autonomi, indipendentemente dalla loro collocazione geografica o dalle propensioni politiche. E non accettano più leadership stabili o governi di lungo respiro; tollerano al massimo guide temporanee, leader effimeri figli di una fiammata emotiva, di un post o di un algoritmo, mai di un progetto politico. Questo caos genera un’effervescenza continua di facce che vanno e vengono, senza che rimanga un disegno strategico. Almeno in Occidente (se guardiamo all’Asia, alla Cina in particolare, la stabilità appare maggiore e il respiro più lungo, ma al prezzo dell’assenza di libertà). E l’Europa si ritrova schiacciata nel mezzo del caos, compressa tra le prepotenze imperiali di Putin, i narcisismi vacui di Trump e, soprattutto, afflitta da una totale, cronica assenza di leadership.
È qui che scatta il vero paradosso del nostro tempo: tutta questa frenesia e questo disordine quotidiano producono, nei fatti, una grande, assoluta stagnazione del pensiero. Nell’indistinto rumore generale il disegno politico non trova spazio, i progetti a lungo termine evaporano, il futuro diventa un’incognita paurosa. E a vincere è unicamente la rassegnazione. L’Italia è il laboratorio perfetto di questa tendenza. Siamo un paese bloccato da più di trent’anni, da quando ci siamo illusi che il bipolarismo da solo bastasse a curare tutti i nostri mali. Abbiamo la produttività al minimo e una demografia spaventosa. I giovani più bravi fuggono all’estero, noi restiamo qui, sempre più vecchi, impoveriti di sogni e di speranze. La nostra politica riflette fedelmente questo declino. Ogni volta che abbiamo provato a invertire la rotta con riforme strutturali – ultimi tentativi nel 2016 e qualche mese fa – abbiamo fallito. Chiunque arrivi al governo, compresa Giorgia Meloni, smette subito di lavorare a progetti ambiziosi e si limita a gestire l’esistente per sopravvivere. I due poli sono ormai la stessa cosa: pronti a lisciare il pelo all’elettorato per non perdere un punto nei sondaggi, ma terrorizzati dall’idea di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e proporre cambiamenti coraggiosi e impopolari.
Cosa deve fare, allora, chi rifiuta di rassegnarsi a questa Grande Stagnazione del Pensiero? La risposta è controintuitiva: paradossalmente, la prima regola è non pensare troppo in grande. I disegni utopici e salvifici sono bellissimi nei salotti, ma politicamente inefficaci. Dobbiamo piuttosto cominciare a pensare “in piccolo”. Provare a governare bene quei pezzi di mondo e di società che sono a nostra disposizione. Significa cambiare i comportamenti quotidiani, incidere nelle comunità in cui operiamo, nelle amministrazioni locali, nelle imprese, nei luoghi di cultura. Da questi frammenti, da queste trincee, dobbiamo provare a ricucire un’agenda delle riforme possibili. Riforme pragmatiche, non ideologiche, che sblocchino i veti incrociati e rimettano in moto l’ascensore sociale. C’è un pezzo di Paese che ha ancora voglia di scommettere sul futuro, che non si accontenta di amministrare il declino. È quello che cerchiamo di fare – e continueremo a fare – da queste pagine.
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