Esteri
Un giorno contro Kiev, un giorno con Kiev: il Trump di Evian spiazza Putin
A Evian, il Trump bifronte è tornato a sedersi al tavolo occidentale. Si è chiusa con sei documenti congiunti e più di cento impegni strategici la tre giorni del G7 ospitato dalla Francia di Emmanuel Macron. Non è stato, come alcuni commentatori prevedevano alla vigilia, l’ennesimo consesso “G6+Usa”.
Dalle terme di Evian si scorge un fronte occidentale perlomeno cosmeticamente ricompattato, all’interno del quale si percepisce un accurato sforzo di compiacimento costretto nei confronti dell’attuale Commander in chief. Potendo fare poco o nulla per limitare la tracotanza di Trump, i leader si sono alternati in atteggiamenti riverenti e compiacenti verso il tycoon, all’interno della cornice cerimoniale magistralmente studiata dalla Direction du protocole d’État et des événements diplomatiques macroniana che, “coccolando” il neo-ottantenne presidente, ne ha strappato una posizione dialogante. Insomma, una politica estera basata sull’addolcimento del narcisismo altrui. Lo stesso narcisismo che, probabilmente, ha portato Trump a siglare una resa “mascherata” pur di cantare vittoria in Iran, ma questo è un altro discorso.
La notizia che più ci interessa riguarda la rinnovata convergenza dei 7 sul sostegno all’Ucraina. Dal placet alla licenza per le partnership strategiche sull’uso dei droni, alla ventilata ipotesi di ristabilire le sanzioni al petrolio russo, alla firma della dichiarazione comune d’intenti che mira ad “aumentare la pressione su Mosca per terminare la guerra”. “Per ballare un tango bisogna essere in due – dice Mark Rutte – e Trump ha capito che Zelensky e gli europei sono ben disposti, Putin no”. Per dirla con le parole del “Richelieu” del Cremlino Ushakov, “l’Europa ad Evian ha inondato Trump di idee inutili e dannose”.
Archiviato (temporaneamente) il dossier Iran, Mosca aveva certamente previsto il ritorno di Trump sulla partita ucraina, ma se lo aspettava dall’altro lato della barricata, con tutte le pressioni riversate su Kyiv. Si sbagliavano. Se di mutato posizionamento è imprudente parlare, trattandosi pur sempre di Trump, che in una notte su Truth riuscirebbe a disfare quanto costruito in mesi di trattative riservate, di certo si può dire che il riflesso di Washington sul conflitto ucraino è cambiato. Su più fronti: l’America non può permettersi di lasciare sul campo il know-how ucraino nel combattimento moderno, risorsa preziosa anche per il Pentagono; il mito trumpiano dell’“incolmabile disparità” tra Ucraina e Russia sta sempre più venendo meno e, dopo la riapertura di Hormuz e il rischio di “surplus” di petrolio in commercio, quello russo da risorsa può diventare un intralcio.
È dunque in questo scenario che Mosca intensifica gli attacchi contro i simboli della cristianità orientale (Monastero delle Grotte di Lavra e Cattedrale della Dormizione), mentre Kyiv colpisce un’importante raffineria nella Capitale russa. Zelensky, dal Consiglio europeo di Bruxelles, parla di “rappresaglie che fanno male al regime criminale di Putin”, mentre si discute dell’adesione ucraina all’Ue e si torna a lavorare per la negoziazione di una pace corretta, “che costringa la Russia al tavolo per mezzo della deterrenza e della tenacia ucraina”.
Dopo più di quattro anni, ad emergere sempre più forte è la disparità tra la fermezza del popolo ucraino insanguinato e la volubilità della leadership americana, “un giorno piuma e un giorno fero”. Per cambiare idea, un’idea bisognerebbe avercela. Non sembra questo il caso di Trump ma, ad oggi, ci si fa bastare il cambio di umore. Un’Europa che si rispetti, un domani, non lo tollererà più.
© Riproduzione riservata







