Esteri
Finisce l’era Starmer. Burnham si scalda ma la strada è in salita
“Starmer ha fallito, lunedì si dimetterà”. È stato Donald Trump, con il suo consueto “stile diplomatico”, a recapitare la “lettera di licenziamento” a mezzo social. Nel weekend ha tuonato, come da copione, e il benservito è giunto lapidario e, per una volta, preveggente. Così, il premier più inchiodato alla poltrona della storia d’Inghilterra ha infine capitolato. Dopo giorni di rumours che rimbalzavano sulla stampa britannica e internazionale, la voragine si è aperta.
Ieri, di prima mattina, con le lacrime agli occhi davanti a Downing Street, il primo ministro ha dichiarato che entro settembre ci sarà un nuovo leader. I tempi erano maturi. Che fosse ormai la maggioranza del suo stesso partito a spingere per l’abbandono lo si era capito dalle continue dichiarazioni e dai vari documenti di sfiducia tenuti prudentemente nel cassetto per mesi, ma che – di giorno in giorno – vedevano aumentare la lista delle adesioni tra i parlamentari. Lo stesso ministro per le Imprese del Regno Unito, Peter Kyle, in un’intervista alla BBC, domenica, aveva lasciato intendere che Starmer si stava prendendo «il tempo per riflettere su quali siano oggi le realtà politiche rispetto a una settimana fa».
Che il tempo fosse esaurito lo si era comunque capito già dopo l’elezione suppletiva della scorsa settimana per la Camera dei Comuni nel seggio di Makerfield, un sobborgo di Manchester, che ha visto trionfare Andy Burnham. Vittoria schiacciante che sa di rivincita proprio verso quell’establishment laburista che ne aveva avversato la candidatura in ogni modo. L’ex sindaco ha tenuto duro, e con il suo trionfo ha di fatto dato il via alla corsa per la guida del partito e alla successione alla guida del Paese. Ed è proprio lui, “The king of North”, la figura chiave per comprendere l’intricato quadro, di equilibri e sfide in stile Trono di Spade che attende i laburisti nelle prossime settimane. Sarà davvero il successore naturale? I dubbi li ha resi noti, nel suo discorso di addio, proprio Starmer, che ha rifiutato con fermezza di consegnare direttamente le chiavi del numero 10 a Burnham. Il premier dimissionario, che non ha mai amato l’ex sindaco di Manchester, ha dichiarato che le sue dimissioni daranno il via a una corsa alla leadership per consentire anche ad altri parlamentari di candidarsi. Sir Keir peraltro rimarrà ancora in carica fino al termine della competizione proprio per “garantire un passaggio di potere ordinato”.
La corsa di Burnham sembra dunque non priva di ostacoli. Fino ad oggi il “modello Manchester”, un mix di terza via blairiana in salsa populista, capace di attrarre sia il voto moderato ma anche qualche appoggio e simpatia da parte dei conservatori, ha funzionato. Ma ora il neodeputato dovrà convincere i più scettici. In questa sfida ha trovato un alleato di certo influente in Ed Miliband, figura storica del partito, che ha chiesto a gran voce una linea più audace e lo ha incoronato come perfetto successore di Starmer. Intanto Burnham un risultato l’ha già portato a casa: ha azzerato i consensi di Reform UK, dimostrando che si può ancora vincere sulla propaganda di Farage e soci.
Ieri il Partito Laburista ha confermato che il proprio Comitato Esecutivo Nazionale (NEC) si riunirà a breve per definire i piani relativi alla corsa alla leadership. Staremo a vedere. C’è da sperare che l’impegno venga mantenuto, visto il ruolo delicato che l’Inghilterra svolge in questa turbolenta fase su partite cruciali, come il tavolo dei Volenterosi. Una bella gatta da pelare. E comunque tanti auguri al prossimo inquilino di Downing Street.
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