Il nuovo G7 ha aperto i battenti e il premier britannico, indossato elmetto e moschetto, e fedele al motto “À la guerre comme à la guerre“, ha subito promesso forniture di uranio arricchito all’Ucraina per le sue centrali nucleari e nuove sanzioni alla Russia. La risposta del Cremlino non si è fatta attendere. Con un tempismo non casuale, una fregata russa ha sparato colpi di avvertimento contro uno yacht civile nel bel mezzo del canale della Manica. Chi ha orecchie per intendere intenda. E in uno schiocco di dita si torna al clima da missili di Cuba degli anni ’60, dove le superpotenze misuravano la propria “influenza” mostrando muscoli e arsenali. Come possa l’Inghilterra stare al gioco con i recenti tagli alla Difesa e le dimissioni polemiche del ministro resta un’incognita. Ma siamo all’apertura di un incontro dedicato proprio al conflitto in Ucraina, e dunque occorre mostrare i denti.

In un comunicato diffuso nella serata di martedì, Downing Street ha di nuovo condannato i “barbari attacchi” della Russia in Ucraina, e si è impegnata a “intensificare gli sforzi”, “tagliando le risorse che alimentano la guerra di Putin e fornendo energia all’Ucraina per i prossimi inverni”. Anche Trump è corso in aiuto della traballante Albione e – dopo l’annuncio dell’accordo con Teheran, la cui firma è attesa venerdì – ha dichiarato che gli Stati Uniti da ora in poi concentreranno i propri sforzi sull’Ucraina. Anzi, si è spinto anche più in là per ammonire l’amico-nemico Putin ad arrivare a un accordo in tempi brevi. Parole, parole, parole. Ma intanto Zelensky, dopo un proficuo incontro con il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, gongola. E, travestito da moderato, sul suo account Telegram, con una mano ha sottolineato l’importanza di “continuare a progredire nel processo negoziale”. Con l’altra ha più prosaicamente mandato i propri droni a bombardare i siti petroliferi nei pressi di Mosca e Krasnodar. Solito copione, insomma.

Sul piatto è chiaro che non c’è solo la fine della guerra, ma anche la prospettiva, ben più di lungo periodo, di un ingresso del suo Paese nell’Unione europea. Obiettivo mai nascosto dalla presidente della Commissione che, però, non suscita lo stesso entusiasmo da parte dei vari Paesi membri, Italia in testa. Zelensky ci crede e si dice “grato all’Ue” per l’apertura del primo gruppo di negoziato per Ucraina e Moldavia. Il presidente ha persino discusso con i vertici europei di un possibile calendario per l’apertura dei prossimi cinque gruppi negoziali e degli ulteriori passi nel percorso di integrazione europea di Kyiv. Nel colloquio è stata dedicata una “particolare attenzione” all’attuazione del pacchetto di sostegno finanziario e alla preparazione dell’erogazione della prima tranche, oltre che al rafforzamento delle sanzioni contro la Russia e agli sforzi diplomatici per arrivare alla pace. “Finché la Russia intenderà continuare la guerra – ha sottolineato Zelensky – dobbiamo rafforzare la difesa aerea dell’Ucraina” e lavorare per concordare garanzie di sicurezza per il Paese. Ha persino prospettato la possibilità di organizzare un incontro con Vladimir Putin negli Stati Uniti, definendolo un formato che per il leader del Cremlino “sarebbe molto più difficile rifiutare”.

Intanto la risposta inglese non si è fatta attendere, così come quella americana. Almeno nelle dichiarazioni. Anche Macron si è accodato per tenere in caldo il suo posto al sole. Di certo, la versione “Zelensky statista” è funzionale alle strategie di Bruxelles e del tavolo dei volenterosi. Da qui a trasformarlo nel nuovo Churchill o in un padre costituente di una nuova possibile Europa, ne passa. E occorre fare i conti con i bilanci tagliati. Soprattutto Oltremanica. Vedremo. Alla prossima puntata o al prossimo drone.