Cercasi nerd anti-Putin
Nuove armi nucleari nei Paesi europei? Il blocco atlantico frena sul piano Usa: un arsenale è costoso e inutile senza integrazione politica e decisionale
Le minacce russe ci impongono di puntare anche sulla deterrenza nucleare
È nota l’interpretazione sovietica della crisi di Cuba. Nel 1962, Krusciov decide di installare una serie di basi nucleari nell’isola caraibica in reazione – a dire del Cremlino – al dispiegamento di Jupiter Usa in Turchia e Italia. Il rimando alla Guerra fredda è un riflesso incondizionato nel leggere il Financial Times che scrive della possibilità degli Stati Uniti di schierare ulteriori armi nucleari in alcuni Paesi europei della Nato finora esclusi dal sistema “Defense Control Area” (Dca). Attualmente, Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito sono già sede di proiezioni avanzate della deterrenza nucleare di Washington.
Non è una novità quella fatta trapelare dal quotidiano londinese. Polonia e alcuni Stati baltici hanno espresso con chiarezza l’interesse a rientrare nel Dca. L’iniziativa avrebbe le sue buone ragioni. Le minacce di Putin di ricostruire la vecchia sfera d’influenza dell’Urss sull’Europa dell’Est, una volta chiusa la partita ucraina, e le ambizioni di un potenziamento nucleare, impongono al mondo occidentale di imboccare una strada di riarmo che non riguarda solo le armi convenzionali. Ma anche quell’arsenale atomico che ha garantito stabilità e pace per tutta la seconda metà del Novecento. L’esperienza in Ucraina insegna proprio che la guerra simmetrica non esclude nessuna delle dimensioni del conflitto. Dalla trincea come se fossimo nel 1914-18, al web. Passando appunto per la deterrenza nucleare.
D’altra parte, l’operazione potrebbe non dare i risultati previsti. Mosca, come ai tempi di Cuba, potrebbe denunciare di sentirsi circondata. E così reagire. Ma le perplessità maggiori vengono dal blocco atlantico. Un arsenale nucleare è costoso nella realizzazione e nella manutenzione. Non genera poi ricerca e sviluppo come invece fa la filiera della difesa di cui si parla tanto oggi. Ancora lo scorso anno, Chatham House sosteneva che spostare o riallocare asset nucleari non risolve il problema in assenza di integrazione politica e decisionale a monte.
Come reagirebbero infatti potenze nucleari come Francia e Regno Unito? Potrebbe essere interpretato come un tentativo di competere alla propria capacità nucleare? Dubbio legittimo, viste le scarse simpatie che l’Amministrazione Trump nutre verso Parigi e Londra. Certo, la scelta americana potrebbe essere intesa come una sorta di compensazione all’intenzione di alleggerire la propria componente militare convenzionale. L’integrazione mancante di cui parla il think tank britannico sta nel fatto che non tutta l’Europa, o per lo meno non in maniera omogenea, si sta impegnando in un efficace piano di riarmo. La stessa Germania, le cui intenzioni di investire in Difesa e sicurezza hanno destato maggiore scalpore – per portata finanziaria e per un’ovvia ricostruzione storica – ha definito un piano, secondo gli analisti, non all’altezza della tipologia del conflitto in corso. Il Kiel Institute ne ha denunciato la scarsa attenzione in fatto di IA, droni e dispositivi a guida autonoma o mista.
In realtà, le intenzioni Usa sono ancora da confermare. Ricordiamoci di Taco (Trump always chickens out). D’altra parte, se le recenti dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sul fatto che deterrenza e Difesa in Europa devono rappresentare una «potenziale sarebbe devastante», sono concrete, allora è necessaria una maggiore consapevolezza del rischio. Nei conflitti odierni, il dottor Stranamore è un personaggio anacronistico. Ben più utile un nerd che sappia sempre e tutto del grande fratello nemico.
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