È guerra aperta. C’è poco da girarci intorno. Il drone russo caduto nella notte tra giovedì e venerdì a Galati, in Romania, e che ha provocato due feriti, faceva parte di uno “sciame” di 43 Unmanned aerial vehicle (Uav) diretti verso obiettivi in Ucraina. Mosca sta espandendo sul territorio europeo la sua guerra convenzionale, combattuta finora contro Kyiv. Nel frattempo, aumenta la tensione in altre dimensioni del conflitto. Nello spazio e nel cyber.

Mosca sfida la Nato: il caso del drone in Romania apre un nuovo fronte

Bucarest classifica quanto accaduto non come un attacco diretto. D’altra parte la violazione dei confini c’è stata. Il presidente rumeno, Nicusor Dan, ha convocato il Consiglio supremo di difesa e si appellato all’articolo 4 della Nato. Il trattato dell’Alleanza prevede che uno Stato membro possa chiedere consultazioni urgenti quando ritiene minacciata la propria sicurezza, integrità territoriale o indipendenza politica. Dan ha inoltre ordinato la chiusura del consolato generale russo a Costanza e l’espulsione del relativo dirigente diplomatico in quanto persona non gradita.

La guerra che non percepiamo

Il gesto ha suscitato le ire del Cremlino, che ha promesso ritorsioni. L’escalation diplomatica fa da anticamera allo scontro aperto. Ci vorrà del tempo prima di passare a un Defcon superiore, però. A oggi Putin non può permettersi una dilatazione del teatro degli scontri. Ma è evidente che tutta la fascia dell’Europa dell’Est sia esposta a una guerra aperta che qui, in Italia, come in buona parte dell’Ue non è percepita. O forse sottovalutata. Ci asteniamo dal pensare che qualcuno la desideri.

I droni lanciati su Romania, ma anche Polonia, Paesi baltici e scandinavi, sono ballon d’essai con cui il leader russo misura la nostra capacità di reazione. Strano che non ne abbia avuta abbastanza. Bruxelles e le sue consociate capitali nazionali si esprimono sempre con fermezza. Il ditino alzato che non ha altro seguito, però, induce il Cremlino a proseguire con il suo stillicidio. Attacchi imprevedibili in fatto di territorio colpito, scansionati nel tempo senza una vera logica, fatti passare come incidenti di percorso. O addirittura rimandando al mittente le accuse di essere i responsabili dei fatti. «L’Ue non ha mai presentato alcuna prova in merito», diceva ieri con il suo proverbiale mood dialogante la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova

Questa è però solo la componente di un piano di maggior respiro. La Russia infatti ha dato un’accelerata ai progetti spaziali. Il satellite più importante del suo nemico diretto, l’Ucraina, risulta circondato. La guerra cognitiva ha sfondato le linee nei fronti dov’era facile penetrare. In Ungheria, Austria e purtroppo anche in Italia. Rispolverare il caso del Padiglione Russia alla triennale di Venezia, poche settimane fa, non significa avventurarsi in salti pindarici. Bensì evidenziare un fil rouge tra tutte queste vicende. Sempre ieri, con l’incendio non ancora domato a Galati, lo zar esaltava la potenza digitale russa, in grado di elaborare modelli sovrani di intelligenza artificiale. «Un obiettivo realistico visto che sono stati i primi a creare anche un cyberspazio nazionale denominato “Runet”». Osserva Luigi Martino, docente di cyberspazio e relazioni internazionali dell’Università di Bologna. «Realistico e tipico dei Paesi autoritari». Mosca dispone di competenze tecnologiche, risorse economiche e infrastrutture. «Una fucina di campioni nazionali, che danno vita al concetto di sovranità tecnologica elaborato dal governo. In Usa, realtà come Palantir, Cloud e Antropic stanno seguendo lo stesso percorso».

Altro che droni! L’Europa è ancora alla ricerca di un’identità tecnologica propria. È esposta a «un’escalation cinetica e informatica». Per Mosca tutto il continente è un obiettivo politico e militare. «La particolarità che abbiamo visto nel laboratorio ucraino è la convergenza tra capacità cinetiche e cibernetiche, che porta ad avere una superiorità operativa». Il tutto alla luce del sole. Dichiarazioni, mosse e contromisure. Difficile capire il motivo per cui l’Ue non riesca a reagire. Oppure per dirla con le parole di Medvedev, Bruxelles dovrebbe «essere vigile, perché il sonno pacifico è finito».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).