Elisabetta Gualmini è europarlamentare di Azione, figura politica dotata di larga esperienza istituzionale ed amministrativa, tra le più attente e preparate sui processi di trasformazione geopolitica in corso per l’Europa. L’abbiamo intervistata sulla necessità per l’Ue di adattarsi alle sfide strategiche che ne determineranno il futuro.

Come può l’Europa adattarsi alla trasformazione delle relazioni negli Stati Uniti, con quest’ultimi tramutatosi da alleati in rischio strategico?
«Per la prima volta nella storia vediamo crollare i due pilastri su cui si reggeva il progetto europeo: la dipendenza energetica dall’Est, cioè dal gas russo, e la protezione americana a Ovest, attraverso la NATO. Entrambi sono venuti meno. Il disimpegno americano è evidente, specialmente con una leadership come quella di Trump, erratica e autoritaria, il cui obiettivo è l’indebolimento dell’Unione europea. Pertanto, c’è la consapevolezza che l’Europa debba accrescere il proprio ruolo e la propria autorevolezza internazionale dotandosi di una deterrenza militare autonoma. L’unico modo per salvare l’Unione europea – nel nuovo (dis)ordine globale muscolare – è costruire una difesa comune, che passa inevitabilmente, a Trattati vigenti, anche tramite investimenti in difesa nazionali».

L’Europa rivendica l’importanza del diritto internazionale. Tuttavia, in uno scenario di “disordine globale”, dove le regole sono saltate, si può conciliare la difesa del diritto con la necessità di deterrenza militare ed uso della forza?
«Noi dobbiamo certamente difendere il diritto internazionale e riconoscerne le violazioni, come l’aggressione russa all’Ucraina. Tuttavia, in un contesto globale dominato da logiche di potenza e nuove autocrazie, non si può rispondere alla forza soltanto con regole e burocrazia. Occorre – come diceva Blaise Pascal – che “la forza sia giusta, ma che il diritto sia forte”. In altre parole, il diritto deve essere sostenuto da una deterrenza militare efficace. Un esempio? Puntare su forme di cooperazione fra “volenterosi”, gruppi di Paesi europei che agiscono insieme per decisioni comuni. Macron, Merz e pure Starmer ragionano in questa ottica. E la Presidente Meloni ha fatto benissimo a partecipare di persona all’ultimo incontro a Parigi».

Come spiegare all’opinione pubblica la necessità di ricorrere anche alla forza per difendere i propri interessi ed a questo scopo rafforzarsi in ambito di difesa?
«C’è molto lavoro da fare nel creare una consapevolezza pubblica. L’Italia, ad esempio, è un Paese con una importante e trasversale tradizione pacifista e poco interesse per la politica estera fino a tempi recenti. È sempre stato difficile spiegare che investire nella difesa non è uno spreco ma una necessità: la libertà viene prima del welfare e non è gratis. Oggi in Italia almeno due generazioni non hanno conosciuto la guerra e danno per scontata la pace ma l’attualità è contraddistinta da conflitti ibridi, disinformazione, sabotaggi. Serve educare la popolazione a comprendere che anche la spesa militare – che non vuol dire solo mezzi armati – è imprescindibile per garantire la sicurezza. La Svezia, ad esempio, ha distribuito un manuale a tutta la popolazione per prepararsi in caso di crisi o attacchi: purtroppo questa è la nuova realtà».

L’allargamento dell’Unione Europea può spingere anche psicologicamente i governi nazionali a superare le reticenze verso una cessione di sovranità e favorire una trasformazione in senso federale verso gli Stati Uniti d’Europa?
«Sono favorevole all’allargamento, anche se stiamo tenendo alcuni Paesi, come i Balcani, troppo a lungo in attesa, col rischio di indebolire il loro europeismo. Penso che l’allargamento debba accompagnarsi a meccanismi decisionali agili seguendo un’equazione: si allarga l’Unione, servono decisioni rapide. Tuttavia, oggi una piena trasformazione federale appare difficile comunque ed intravvedo, piuttosto, più possibilità per un’Europa a due velocità. Per l’Ucraina soprattutto sarebbe fondamentale accelerare l’ingresso: è un Paese che di fatto difende la libertà per tutti noi e merita garanzie sicure. Inoltre, occorre superare ostacoli come il diritto di veto nelle decisioni europee, anche se un Consiglio dominato da governi sovranisti rende il processo complicato».

Tra i problemi delle democrazie occidentali c’è la vulnerabilità alle ingerenze esterne, in particolare tra i partiti e chi governa o gestisce gli asset strategici. Quanto è importante rafforzare la trasparenza in merito?
«È fondamentale. L’Italia è tra i Paesi più esposti alle interferenze, soprattutto da parte della Russia. Serve la massima chiarezza sulle relazioni economiche e non di partiti politici e media con finanziatori, soprattutto esterni. Il Parlamento europeo ha già istituito una commissione speciale per la protezione della democrazia e contro le ingerenze esterne, a partire dal 2025. Di fronte a disinformazione e propaganda, trasparenza e rendicontazione non sono un optional ma un dovere. Questo è uno dei punti cardine dell’azione politica di Azione, insieme alla difesa senza compromessi della democrazia europea e al sostegno alla resistenza dell’Ucraina contro l’aggressione russa».

Tommaso Alessandro De Filippo

Autore