«Non c’è alternativa a questa coalizione». Pare che siano state queste le parole del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in occasione del primo anniversario del suo governo. «Un esecutivo di minoranza per me non è un’opzione». Difficile pensare a una celebrazione più sottotono. Sono trascorsi dodici mesi dalla fiducia ottenuta dal Bundestag solo in un secondo tempo. Al primo giro, il Parlamento federale gli aveva votato contro. Da allora, il riposizionamento della Germania come prima potenza europea in chiave di Difesa e diplomazia non è avvenuto. L’economia è ancora in panne. Infine, il consenso ai minimi storici e le debolezze strutturali della coalizione impediscono a Merz di cancellare il ricordo di Angela Merkel e così uscire dall’ansia di prestazione di cui è afflitta tutta la Germania.

Fin da subito a Berlino, il leader della Cdu era stato indicato come un Außenkanzler (cancelliere degli esteri), più orientato a fare politica estera, perché sicuro di aver demandato a validi ministri le questioni domestiche. In quest’ottica, Merz avrebbe dovuto superare i protagonismi di Macron, riequilibrare le debolezze di von der Leyen, rinforzare le alleanze regionali – con Italia, Polonia e Regno Unito – ma soprattutto tener testa a Donald Trump. Merz è riuscito solo in parte nel disegno. Sul dossier prioritario per l’Europa, la guerra russo-ucraina, Merz è entrato in campo nei tempi supplementari. L’entente dei Volenterosi Londra-Parigi era già in essere e non concedeva lo spazio per un terzo leader di peso.

Nei rapporti transatlantici, le cose erano iniziate bene. Quella etichetta di “rispettabilità” che gli aveva appiccicato in fronte Donald Trump dopo il primo bilaterale nasceva dalle buone maniere e dal buon inglese di Merz – il tycoon aveva detto lo stesso di Meloni – e soprattutto dalle intenzioni di Berlino di accelerare negli investimenti in Difesa e sicurezza. Il progetto aveva lasciato turbati i partner europei – forse per il vecchio discorso alla Woody Allen, a proposito delle reazioni che un tedesco può avere quando ascolta Wagner – e perplessi i responsabili della finanza federale. Berlino non fa debito. Superato il pregiudizio, le spese per la Difesa hanno poi preso la traiettoria indicata. Già da quest’anno vi sarà destinato il 2,8% del Pil. Con l’obiettivo di arrivare al 3,5% entro il 2029. Proprio come volevano gli Usa.

Il dietrofront di Trump si è avuto dopo le critiche alla guerra contro l’Iran. Il tycoon ha bollato Merz come «uno che non sa di cosa stia parlando». Ma soprattutto ha annunciato il ritiro di 5mila soldati Usa dalle basi Nato in Germania. Ora, tutti dicono che nulla è ufficiale, ci vorrà del tempo e che Donald cambia sempre idea. Taco! D’altra parte, cosa comporterebbe tutto questo? La Russia ricatta l’industria tedesca. Oggi ti do il gas, domani chissà. Il riarmo non è concluso. E, soprattutto, quali conseguenze si avrebbero sull’indotto? Soltanto a Ramstein vivono 50mila cittadini Usa. Tra militari e civili, con famiglie annesse.

Il fianco debole di Merz resta l’economia, infatti. In dodici mesi, pur con i 500 miliardi di euro del fondo speciale per le infrastrutture e il clima, il Pil tedesco è cresciuto di mezzo punto percentuale. Mentre la produzione industriale è quasi a zero. In parte a causa della crisi energetica. Ma anche per il collasso dell’export verso gli Usa. I dazi sono la vera spada di Damocle che a Trump piace far oscillare sulla testa del cancelliere. Quello che Merz festeggia non è un anno di governo, ma di sopravvivenza. Glielo ricordano gli elettori. Mai prima d’ora un cancelliere era caduto così in basso nei sondaggi. Solo due tedeschi su dieci lo promuovono. È una perdita di consenso che i colleghi socialdemocratici di governo usano come ricatto. Sempre pronti a far saltare il banco perché illusi di poter capitalizzare qualcosa da un voto anticipato. Al contrario, l’ultimo sondaggio Insa dà l’estrema destra dell’Afd al 27%, la Cdu/Csu al 24% e l’Spd soltanto terza con il 13,5% di voti. Ha ragione il cancelliere, però. A lui non c’è alternativa.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).