Nell’attesa del discorso del Re, previsto oggi per la cerimonia di apertura del Parlamento, il governo Starmer sembra avere le ore contate. Nella giornata di ieri, sono stati diversi i membri dell’esecutivo che hanno deciso di rassegnare le dimissioni: Miatta Fahnbulleh, viceministra per le Comunità locali; Jess Phillips, sottosegretaria all’Interno; Alex Davies Jones, sottosegretaria alla Giustizia; e Zubir Ahmed, sottosegretario alla Sanità.

Dopo il tonfo storico dei laburisti alle elezioni amministrative nello Uk, ora Starmer sembra prossimo al tramonto ed è ormai quasi certo che non mangerà il panettone o il pudding natalizio, a voler essere tradizionalisti. Rumors sempre più insistenti puntano su settembre come data per le dimissioni. Come suo probabile successore spunta il nome di Andy Burnham, sindaco di Manchester, respinto dal premier alle elezioni suppletive dello scorso inverno, che avrebbe invece assicurato la continuità nel feudo storico della sinistra. E invece si è vista come è andata. Il Labour è stato umiliato dagli elettori traditi dalle manovre di palazzo e il seggio è andato a una giovane neodeputata dei verdi tutta pro-Pal e altre raffinatezze woke.

E dunque vendetta sia. La serie di sconfitte è ormai un’emorragia inarrestabile. Il Labour è sorpassato a sinistra dall’intraprendenza ideologica dei Green e a destra dalla marcia inarrestabile di Reform, più rassicurante su temi caldi quali la disoccupazione, l’identità britannica e l’immigrazione. Il balbettante premier ci ha provato in questi mesi a imbastire una rimonta con un colpo al cerchio e uno alla botte. Si è detto inflessibile sugli immigrati irregolari, ma allo stesso tempo ha tessuto lodi sperticate dell’Islam in occasione della fine del Ramadan. Durante un discorso post voto a Londra, l’inquilino di Downing Street ha assicurato, con tono di sfida, ai suoi detrattori che intende combattere ogni tentativo di metterlo in discussione, senza sottrarsi alle sue responsabilità, perché sono in azione «avversari molto pericolosi». Ogni riferimento alla destra è puramente casuale.

Starmer ha prospettato un nuovo accordo con l’Unione europea, con un ampio programma di mobilità per i giovani e un riavvicinamento al mercato unico che ha fatto andare su tutte le furie Farage e Tories. Ciliegina sulla torta, la proposta di nazionalizzare l’industria siderurgica per far fronte alla crisi occupazionale. In sostanza un po’ di europeismo e un po’ di populismo come tentativo disperato di rianimare un elettorato in coma profondo. Il premier ha mostrato i denti e accusato Farage, di aver già tradito le aspettative di chi confidava nelle promesse della Brexit. Ma a quanto pare, il tentativo di rappresentare il suo “neosocialismo” come l’ultimo baluardo per impedire al Regno Unito di imboccare «una strada molto oscura» non ottiene più molti consensi.

Sul fronte interno, la richiesta di dimissioni è ripetuta come un mantra. Secondo Sky News, che cita fonti ben informate, anche la ex fedelissima ministra degli Interni, Shabana Mahmood e l’influente deputata Catherine West, sarebbero parte della “rivolta” post-elettorale. Quest’ultima ha accolto con favore le nuove idee esposte dal primo ministro, ma “è troppo tardi”, ha sentenziato. Perciò sta raccogliendo i nomi dei parlamentari laburisti per chiedere al primo ministro di fissare il calendario per l’elezione del nuovo leader in autunno. Un’apparente “frenata” rispetto alla precedente presentazione di una mozione sottoscritta dal 20% dei deputati che avrebbe innescato la sfiducia immediata, in base al regolamento interno. Ma ormai sono ben 55 quelli che chiedono le dimissioni e stavolta sembra non esserci scampo. Resta da vedere se dall’altra parte, Reform e Tories riusciranno a trovare un accordo. La convivenza sembra un puzzle irrisolvibile e l’ingresso trionfale di Farage a Downing street non sembra più così scontato. Tempi bui aspettano Albione.