Ci siamo: i ragazzi nati nell’anno del crollo della Lehman Brothers sono arrivati all’esame di Maturità. Va di moda descriverli come fragili, insicuri e incapaci di prendersi le loro responsabilità, e in questa descrizione c’è del vero. Ma che cosa dovrebbero pensare, a loro volta, sugli adulti che negli ultimi nove anni hanno cambiato una volta all’anno le regole dell’esame? Dai palazzi del potere e dalle redazioni, l’ansia sgocciola fino alle famiglie comuni, che accompagnano i loro pargoli dentro la stanza del colloquio come se li stessero portando all’altare e poi festeggiano il lieto fine con erbe aromatiche in testa e calici di champagne.

L’esame di Maturità lo passano tutti. Questo inutile spreco di tempo e di soldi pubblici

Il tutto, lo ricordiamo, per un esame che viene superato dal 99,7% dei candidati. Statisticamente è più facile farsi bocciare in un Captcha che chiede di cliccare solo sui quadrati dove c’è un semaforo. Il dato sul 99,7% di promossi ha convinto più d’uno che l’esame sia solo un inutile spreco di tempo, di soldi dei contribuenti e di champagne. Nei cenacoli dei tecnocrati esterofili e data-driven si propone da tempo di abolirlo. Da liberale crociano un po’ più all’antica, credo che esista una soluzione più elegante: spostare l’esame al livello scolastico superiore, trasformandolo in un esame di accesso all’università o all’ITS, nel quale si viene valutati direttamente dai professori dell’università o dell’ITS. Secondo lo stesso spirito, i ragazzini della terza media farebbero soltanto l’esame di accesso alle superiori, valutati dagli insegnanti delle superiori. Questo piccolo ritocco guarirebbe molte piaghe ormai croniche del nostro sistema scolastico: per fare solo un esempio, i genitori vedrebbero finalmente gli insegnanti attuali dei loro figli come alleati invece che come avversari.

I ragazzi che siamo stati

Ma torniamo alla frenesia collettiva che circonda l’esame di oggi. Quale potrebbe esserne la causa? Forse c’è chi rivede in quei ragazzi il ragazzo che era stato, e vuole che vivano la fine della scuola come lui ricorda di averla vissuta. Magari c’è chi, al contrario, vuole preservarli dagli insuccessi e dalle umiliazioni che lui ricorda di aver provato alla loro età. Non manca, ne sono certo, chi vuole assaporare fino all’ultima goccia la possibilità di indottrinare le menti dei giovani, sfruttando fino all’ultimo istante il tempo in cui si può ancora farli stare seduti ad ascoltare ciò che l’autorità ha da predicargli.

La maturità, l’ultimo rito di iniziazione

Ma, scavando ancora più a fondo, urtiamo contro un fatto ancora più significativo: l’esame di Maturità appare al nostro immaginario come l’ultimo rito d’iniziazione, ovvero l’ultima cerimonia codificata e pubblica che segna il passaggio dall’età infantile all’età adulta. In un’epoca dove i confini tra le età sembrano del tutto sfumati, il traguardo della Maturità rimane un feticcio rassicurante. Ne consegue che un esame di Maturità che si svolga in modo incomprensibile o sgradito, agli occhi di molti, può equivalere a un sacrilegio. Viene inconsciamente percepito come una negazione del passaggio alla maggiore età.

Il grosso equivoco di fondo

Ma la visione dell’esame come rito iniziatico poggia su un grosso equivoco di fondo. Ai nostri ragazzi raccontiamo che essere adulti significhi godere di più autonomia e poter fare più scelte libere. E se invece l’età adulta fosse quella degli abbonamenti che non si possono più disdire? Se la maturità stesse proprio nel come reagiamo a fatti irrevocabili e indipendenti dalla nostra volontà, come il legame di sangue con un figlio o la malattia di un genitore? Se l’uscita dalla scuola segnasse l’ingresso non nell’età adulta, ma in una spensierata parentesi che la precede? Questo ci tranquillizzerebbe su come i nostri ragazzi fanno questo benedetto esame?

Emanuele Pinelli

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