Giustizia
L’inchiesta Eni-Nigeria era uno scherzo, Cassazione clemente con De Pasquale e Storari, l’unico pm condannato è Davigo
L’inchiesta per corruzione contro i vertici dell’Eni, ad iniziare dall’amministratore delegato Claudio Descalzi, venne condotta in maniera corretta dai pm milanesi. Lo ha stabilito questa settimana la Cassazione che ha annullato la condanna per “omissione di atti d’ufficio” nei confronti dell’ex procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro.
Alla fine, l’unico condannato degli illustri magistrati milanesi indagati dalla Procura di Brescia è stato Piercamillo Davigo per avere fatto circolare i verbali delle dichiarazioni rese dall’avvocato siciliano Piero Amara sulla inesistente Loggia Ungheria. L’inflessibilità dimostrata dalla Cassazione con Davigo, che ne dichiarò inammissibile anche il ricorso straordinario, è infatti venuta clamorosamente a mancare con De Pasquale, l’altro campione di Mani pulite, condannato a Brescia insieme a Spadaro in primo grado e in appello, con una “doppia conforme”, per una impressionante serie di omissioni in atti di ufficio. Per i magistrati bresciani, i due non avevano depositato in dibattimento numerosi atti utili alle difese degli imputati, alcuni trasmessigli dal collega Paolo Storari e altri sollecitati dagli stessi difensori. In attesa di leggere le motivazioni, da quanto riportato dal ben informato Corriere, la sesta sezione della Cassazione (presidente Gaetano De Amicis, relatore Pietro Silvestri) avrebbe accolto le istanze dei difensori e, soprattutto, quella del sostituto procuratore generale Cristina Marzagalli, la quale ha sostenuto che “non c’è stato alcun rifiuto e son state effettuate scelte fondate”. In particolare, “la condotta dei due magistrati è stata tutt’altra che inerte e omissiva”. Inoltre, “l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase”.
Non si comprende tuttavia a quali “scelte fondate” possa far riferimento la Procura generale diretta da Pietro Gaeta poiché, come è abbondantemente noto, non solo tutti gli imputati del processo Eni/Nigeria sono stati assolti ma la stessa sentenza di assoluzione (presidente Marco Tremolada, giudici Mauro Gallina e Alberto Carboni) ha espressamente affermato che gli atti non depositati dai pubblici ministeri erano utili alle difese e rilevanti ai fini della decisione. Atti, peraltro, utilizzati dal collegio per ritenere inattendibile il principale teste dell’accusa, Vincenzo Armanna, ed assolvere quindi gli imputati. Riguardo, ad esempio, uno degli atti non depositati, la video registrazione del 28 luglio 2014 fatta negli uffici, dell’imprenditore Ezio Bigotti, la citata sentenza afferma che “appare incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare agli atti del procedimento un documento che portando alla luce l’uso strumentale che Vincenzo Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e della auspicata conseguente attivazione dell’autorità inquirente reca straordinari elementi in favore degli imputati”. E poi: “Una simile decisione processuale se portata a compimento avrebbe avuto quale effetto la sottrazione alla conoscenza delle difese e del Tribunale di un dato processuale di estrema rilevanza”. Tale sentenza venne successivamente impugnata da De Pasquale ma la Procura generale di Milano rinunciò all’appello, facendola passare in giudicato.
Non si capisce allora come la Procura generale della Cassazione possa non averne tenuto conto. Ma non solo. Desta ancora più preoccupazione l’ulteriore affermazione della Procura generale della Cassazione secondo cui, sempre da quanto si è potuto apprendere, non esisterebbe “una norma che imponga il deposito in quella fase” sancendo quindi la piena libertà del pm di agire nel dibattimento senza depositare atti che dimostrino l’innocenza dell’imputato. In tale prospettiva, una intercettazione, un documento, una testimonianza o una prova scientifica acquisita in altro procedimento nella disponibilità dello stesso pm che cura il dibattimento o a lui trasmessa da altro magistrato, proprio allo scopo di produrla al giudice ai fini di una giusta decisione, potrebbe tranquillamente rimanere in un cassetto senza problemi. Avallando questa a dir poco bizzarra tesi, il pm avrebbe allora la libertà anche di fare condannare gli innocenti. L’augurio di tutti gli italiani, pertanto, è che la decisione della Cassazione nei confronti di De Pasquale e Storari rimanga unica nel suo genere. In caso contrario, potrebbe sorgere il legittimo dubbio che nel nostro Paese i provvedimenti di clemenza vengano concessi non soltanto dal Presidente della Repubblica.
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