Chissà come si sentiva il pm Fabio De Pasquale ieri mattina mentre la sua collega della procura generale Celestina Gravina annunciava, nell’aula in cui si sarebbe dovuto celebrare il processo di secondo grado nei confronti della dirigenza Eni per un presunto caso di corruzione in Nigeria, che i giudici avrebbero potuto tornare a casa perché il suo ufficio rinunciava all’appello. E motivava la scelta con toni durissimi, soprattutto nei confronti di chi, mai nominato, si era impegnato per sette anni nell’impresa di far condannare Paolo Scaroni e Claudio Descalzi per corruzione internazionale.

Dopo la richiesta della rappresentante della procura generale della “declaratoria di passaggio in giudicato”, accolta dal Presidente della seconda corte d’appello di Milano Enrico Manzi, la sentenza di primo grado, quella che aveva assolto “perché il fatto non sussiste” i quindici imputati, tredici persone fisiche e le due società Eni e Shell, è diventata definitiva. Parole sferzanti, quelle della dottoressa Gravina. E anche umilianti, perché il pm De Pasquale non si era limitato a ricorrere in appello dopo le assoluzioni del 17 marzo 2021, ma si era anche candidato a sostenere il ruolo dell’accusatore anche nel dibattimento di secondo grado. Ma proprio Celestina Gravina gli era stata preferita per quel ruolo, come esperta, ma forse anche perché più distaccata, dalla procuratrice generale Francesca Nanni. Anche perché quel primo processo e quella sentenza si erano intrecciati con gli sconvolgimenti, quasi storie da intrighi e vecchi merletti, che avevano attraversato la Procura di Milano allora guidata da Francesco Greco. Vicende che sono poi finite a Brescia, dove anche lo stesso De Pasquale è indagato insieme al collega Sergio Spadaro con richieste di rinvio a giudizio per ambedue proprio per fatti che attengono al processo Eni.

Ma indipendentemente dagli aspetti giudiziari, è la stessa immagine personale di De Pasquale che ieri è stata messa in discussione, quando la pg Gravina ha accusato i comportamenti del collega di “colonialismo della morale”, paragonandoli a quelli dei vecchi dominatori che cercavano di imporre con la prepotenza le proprie scelte “al posto di organi democraticamente eletti”. Un vero schiaffo, per un uomo che non ha mai nascosto le proprie preferenze politiche nell’ambito della sinistra. E che, proprio in questo processo – ma De Pasquale indagava su Eni fin da quando il Presidente era Gabriele Cagliari, che poi si suicidò in una cella di San Vittore il 20 luglio del 1993 – aveva accusato le due società di aver voluto colonizzare i nigeriani, con quell’accordo per la concessione dei diritti di esplorazione sul blocco Opl245. Eni e Shell, dice invece Gravina, “hanno fatto la ricchezza della Nigeria”, anche con “tributi di sangue”. Anche la lezione di diritto non è male. Perché i motivi dell’appello presentati da De Pasquale sono esili e insignificanti, tanto che “questo processo deve finire perché non ha fondamento”. E l’articolo 111 della Costituzione, quello sul giusto processo è stato ignorato. Tanto che non si è tenuto in nessun conto il fatto che “per un eventuale ribaltamento del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio” occorrono argomenti forti e motivati. E non “incongrui e insufficienti” a dimostrare che ci sia stata corruzione solo sulla base di insinuazioni buttate lì come fossero prove.

Del resto, in un certo senso, forse lo stesso De Pasquale sapeva benissimo quanto fossero deboli gli indizi che aveva raccolto nel corso degli ultimi sette anni. Tanto che lui stesso il 21 luglio 2020 dichiarava: “Non chiedeteci una probatio diabolica. Chiedeteci una prova che sia congrua rispetto a quello che dicono le convenzioni internazionali, cioè che bisogna utilizzare anche gli indizi, bisogna utilizzare tutto ciò che si conosce, non bisogna cercare banalmente, come se fosse la serie televisiva, la pistola fumante”. Un bel ragionamento – riportato anche nelle motivazioni della sentenza di assoluzione-, ma come lo possiamo collegare al fatto che nel frattempo due presunti intermediari della famosa corruzione internazionale, che avevano scelto il rito abbreviato, sono stati assolti con sentenza definitiva? Questo argomento ha pesato seriamente sulla decisione della pg di ritirare il ricorso in appello di De Pasquale. Anche perché è difficile non considerare neanche una sentenza passata in giudicato come “pistola fumante”. Ma del resto gli stessi giudici che avevano emesso la sentenza di assoluzione dei quindici imputati, nelle motivazioni della loro decisione avevano ricordato agli inquirenti che per condannare occorrono le prove, e che è inutile arrampicarsi sugli specchi se queste non ci sono. E anche che l’onere della prova spetta al pm, non alla difesa.

Sarà utile al riguardo ricordare che se il pm De Pasquale è indagato a Brescia e potrebbe essere rinviato a giudizio insieme al suo collega Sergio Spadaro, è proprio perché i due magistrati sono accusati di aver cercato di rafforzare un’ipotesi accusatoria che faceva acqua da tutte le parti con l’omissione di documenti e testimonianze che avrebbero potuto essere favorevoli alla difesa. Come ad esempio una videoregistrazione in cui l’ex manager di Eni Armanna preannuncia all’avvocato Amara e altre due persone le calunnie che si apprestava a riversare sui vertici Eni. Il video avrebbe dimostrato l’inattendibilità di testimoni ritenuti preziosi dall’accusa. Tanto che lo stesso De Pasquale, nel suo ricorso di 120 pagine contro le assoluzioni, ne aveva dedicate otto a quel video, a conclusione delle quali aveva definito quelle parole come semplici “spacconate”. Aggiungendo anche che comunque la difesa degli imputati ne ara a conoscenza da tempo, cosa che i legali del vertice Eni hanno sempre escluso.
Ma qualcosa di molto più grave era accaduto nel corso di quel processo, anche se non fa parte del fascicolo aperto a Brescia. Ed è il tentativo, maldestro ma pericoloso, di far uscire di scena il Presidente del tribunale Marco Tremolada, che stava giudicando le accuse di corruzione internazionale.

L’episodio risale al 5 febbraio del 2020 quando, finita la parte istruttoria del processo Eni-Nigeria, i pm De Pasquale e Spadaro avevano tentato di far ammettere dal tribunale una deposizione dell’avvocato Amara su “interferenze Eni su magistrati milanesi”. È la famosa polpetta avvelenata da porgere al Presidente Marco Tremolada, che viene definito dal tandem dei calunniatori come “avvicinabile”. Il tribunale aveva mangiato la foglia, anche perché a quel punto il presidente avrebbe dovuto astenersi dal poter continuare il processo, non accogliendo la richiesta. Ma la cosa sorprendente è che immediatamente il procuratore Francesco Greco e la sua aggiunta Laura Pedio avevano trasmesso gli atti a Brescia perché la Procura verificasse se qualche giudice avesse commesso i reati di traffico di influenze e abuso d’ufficio. Inutile dire che se qualcuno ci aveva contato sarà rimasto deluso dopo l’archiviazione dell’episodio. Ma c’era stato comunque un retroscena.

Perché un altro pm di Milano, quel Paolo Storari che diventerà famoso per i verbali di Amara passati a Camillo Davigo, in una deposizione alle Procure di Brescia e di Roma, aveva raccontato di una riunione milanese in cui Fabio De Pasquale avrebbe detto che il giudice Marco Tremolada era troppo appiattito sulle posizioni delle difese di Eni, quindi bisognava trovare il modo di farlo astenere. Quando? Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2020, quindi nei giorni precedenti a quel 5 febbraio in cui la polpetta avvelenata era entrata invano nell’aula del processo Eni. Su cui ieri è calato, si spera definitivamente, il sipario. Non è proprio stata una bella pagina. Che va comunque inscritta nella grande delusione, per chi ci aveva creduto, nei confronti degli uomini della mitica procura di Milano. Dove evidentemente, da Mani Pulite in avanti – ormai ce ne sono le prove – il fine ha sempre giustificato i mezzi usati. E che mezzi!

 

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.