La narrazione mediatica, sapientemente distorta, si riversa sull’opinione pubblica mentre il mondo ebraico è attanagliato da un tale acuto senso di isolamento e precarietà da indurre molti a trasferirsi in Israele. Questa manipolazione sfrutta meccanismi viscerali, alimentati da richiami della foresta identitari, intrisi di anti-occidentalismo becero. L’adesione alle campagne di odio è un puro istinto da tele-lobotomizzato. I giudizi sulle leadership arabe e palestinesi in prevalenza autoritarie, repressive e sanguinarie sono assenti. Vige la prassi dell’indignazione permanente con unico bersaglio Israele e, per estensione, il mondo ebraico, percepiti come l’archetipo dei “poteri forti”.

Nella logica perversa del rituale di autoesaltazione, i palestinesi e i loro leader ricoprono sempre il ruolo degli oppressi, degli sfortunati, degli indigenti, degli sfruttati del pianeta. In questo osceno quadro manicheo, il risultato è che l’attacco a Israele non sfocia in una legittima critica politica, ma in una ostilità pregiudiziale e facinorosa che coinvolge le comunità ebraiche ovunque si trovino. Oggi, come durante i pogrom dei secoli scorsi, il fine ultimo della masnada è sdoganare la violenza contro gli ebrei, promuovere l’annientamento della popolazione israeliana dipinta come un’orda infame di carnefici. L’avversione a Israele diventa così inevitabilmente più importante della costruzione di percorsi realistici di pace e di convivenza, e più rilevante dello stesso riscatto dei palestinesi tiranneggiati da Hamas. Naturalmente, criticare il governo israeliano è pienamente legittimo. Il problema nasce quando la contestazione si fonda sull’avversione feroce ai valori occidentali, e sull’ostilità generalizzate alle società aperte, perdendo di vista la complessità storica e anche umana della questione. Sarebbe sicuramente utile, per esempio, mettersi nei panni di chi viene solennemente minacciato di annientamento, da quasi 80 anni, da Paesi vicini con una popolazione venti volte superiore.

La Flotilla, un’operazione dall’insignificante impatto pratico ma dal vastissimo riverbero mediatico, rappresenta l’esempio perfetto di questa ambiguità etica: la coscienza civile che esecra i soprusi subiti dagli attivisti, ma rimasta inerte per mesi e mesi mentre ostaggi ebrei – inclusi bambini e neonati – subivano torture, stupri, omicidi nei tunnel di Gaza. In sostanza, i parolai del genocidio sono i revanscisti e i reduci della militanza anticapitalista che sguazza nell’autogratificazione identitaria e rifiuta la ricerca di soluzioni. In questo clima, purtroppo, il confine tra una più che legittima critica politica e un odioso pregiudizio irrazionale si annulla nell’astio abietto verso Israele. E da esso, attraverso l’esecrazione del sionismo, si solidifica la giustificazione delle brutalità da infliggere agli ebrei.

Paolo Agnoli e Fabio Scacciavillani

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