Le Ragioni di Israele
Le “ginocchiere” indossate da Giorgia Meloni erano “una metafora politica”. Questo è il linguaggio del M5S
Francesco Silvestri ha spiegato che le sue parole erano state fraintese. Le “ginocchiere” indossate da Giorgia Meloni, ha detto, erano una metafora politica. La malizia, ha aggiunto citando Michelangelo, «è negli occhi di chi guarda». Il linguaggio possiede una memoria più lunga delle intenzioni. Le parole appartengono alla storia che le ha rese comprensibili, prima ancora che a chi le pronuncia. In italiano, attribuire a una donna l’immagine delle “ginocchiere” significa evocare una disponibilità sessuale come spiegazione del suo rapporto con il potere. Rivolta a un uomo, quella stessa frase avrebbe prodotto un effetto semantico completamente diverso. Questo basta a dimostrare che il corpo della donna continua a occupare un posto particolare nell’immaginario politico. È qui che il caso Silvestri diventa interessante.
Da anni il Movimento 5 Stelle rivendica un linguaggio diretto, privo di ipocrisie, ostile ai formalismi della politica tradizionale. Eppure, quando deve colpire una donna che esercita il potere, ricorre sempre allo stesso repertorio. Beppe Grillo definì Rita Levi-Montalcini una «vecchia puttana». Oggi Francesco Silvestri suggerisce che Giorgia Meloni sia arrivata dove è arrivata indossando “ginocchiere”. Le parole cambiano. Il meccanismo rimane identico: il corpo femminile diventa la spiegazione del potere. È una questione di antropologia del potere. Ogni cultura del potere sceglie il luogo simbolico attraverso cui colpire il proprio avversario. Quando l’avversario è una donna, quel luogo continua, con sorprendente regolarità, a essere il suo corpo.
Hamas ha usato il corpo delle donne israeliane come linguaggio politico
Qui il ragionamento si fa inevitabilmente più scomodo. Il 7 ottobre Hamas ha usato il corpo delle donne israeliane come linguaggio politico. Gli stupri, le mutilazioni, l’esposizione pubblica dei cadaveri erano un messaggio prima ancora che atti di ferocia: violare, torturare, bruciare il corpo di una donna significava colpire un’intera società. La distanza tra quei crimini e una frase pronunciata nell’Aula della Camera è incommensurabile. I contesti appartengono a universi separati. Esiste però una continuità sul piano simbolico che merita attenzione: in entrambi i casi il corpo femminile viene sottratto alla persona e trasformato in uno strumento di comunicazione politica. Nel primo caso per esercitare il terrore. Nel secondo per delegittimare il potere. La violenza cambia. La finalità cambia. Rimane identica la struttura simbolica: una donna viene colpita attraverso il suo corpo. È questo il punto che il femminismo italiano sembra avere smesso di vedere.
Da anni il linguaggio viene presentato come uno dei luoghi decisivi della costruzione del potere. Si spiegano le parole, le metafore, gli stereotipi, i dispositivi simbolici. Poi, quando la donna da colpire si chiama Giorgia Meloni, quella teoria sembra perdere valore. Le reazioni diventano timide, le spiegazioni indulgenti, le giustificazioni numerose. Il problema supera ampiamente Francesco Silvestri. Se il significato delle parole dipende dall’identità politica della persona che le pronuncia, il linguaggio cessa di essere un principio e diventa una militanza. Se un’immagine sessuale viene giudicata accettabile quando colpisce l’avversario giusto, il femminismo smette di essere una teoria della dignità della donna e diventa una tecnica di selezione delle vittime. Silvestri passerà. Come passano tutti gli incidenti parlamentari. Le democrazie non cambiano il giorno in cui compare la violenza. Cominciano a cambiare molto prima, quando cambia il linguaggio con cui rappresentano il potere, il corpo e il nemico. È per questo che le parole meritano sempre più attenzione delle intenzioni.
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