Henry Nowak, studente britannico di 18 anni, viene accoltellato più volte a Southampton, Inghilterra, da Vickrum Digwa, un uomo di 23 anni di origine sikh. Mentre giace dissanguato per strada, la polizia, ingannata dall’accusa di razzismo mossa dall’aggressore, lo ammanetta freddamente invece di soccorrerlo con urgenza. L’ultima cosa che dice, ammanettato e morente, è “I can’t breathe”. Paradossalmente le stesse parole di George Floyd. L’ideologia che ha dominato ampi settori della cultura occidentale negli ultimi anni (quella che molti osservatori chiamano “woke” o “identitaria”) ha insegnato alle istituzioni che un’accusa di razzismo (o di transfobia, o di islamofobia) è un asso nella manica che annulla ogni altra evidenza: medica, logica, umana.

In Inghilterra, che ha la capacità di importare idee e renderle più radicali, questo meccanismo è stato codificato in documenti ufficiali. Il Police Anti-Racism Commitment del National Police Chiefs’ Council (NPCC) introduce una distinzione esplicita su base razziale. Gli agenti vengono incoraggiati a trattare i gruppi etnici in modo differenziato per raggiungere “equality of outcomes”, ovvero uguaglianza dei risultati. Nel caso di Henry Nowak, questo principio si è trasformato in una tragica priorità invertita. Non si è trattato solo di un errore individuale: è il risultato di anni di formazione che invita a vedere il mondo attraverso la lente dell’identità razziale.

Questo è il risultato prevedibile di un processo più ampio che ha radici culturali profonde. Molti studiosi e osservatori hanno sostenuto che il politically correct e le sue evoluzioni identitarie rappresentano una trasposizione sul piano culturale di un’ideologia di stampo post-marxista, fallita sul piano economico. Invece della lotta di classe, la nuova ortodossia ha sostituito la lotta tra “oppressori” e “oppressi” definiti su base identitaria (razza, genere, orientamento sessuale). Per altri si tratta dell’evoluzione di correnti del pensiero critico (dalla Scuola di Francoforte al postmodernismo, alla critical race theory e alla queer theory) che hanno conquistato egemonia ideologica in certi ambienti accademici e istituzionali.

Il risultato è stato lo stesso: un pensiero rigido, binario, che non tollera il dissenso e trasforma il linguaggio in arma di potere. La cancel culture ne è stata lo strumento più efficace e distruttivo. Basta guardare gli esempi degli ultimi decenni: professori universitari sono stati sospesi o hanno rischiato il licenziamento per aver pronunciato la parola “nigger” in contesto accademico o letterario. Lo stesso meccanismo ha impedito a decine di relatori di parlare nei campus: accusati preventivamente di razzismo o transfobia, sono stati disinvitati, fischiati o aggrediti. Oggi, per un cortocircuito da psicosi, basta essere ebrei. Il messaggio è chiaro: pensa diversamente e sarai distrutto professionalmente, socialmente, a volte fisicamente. Questa assurdità ha avuto una conseguenza politica prevedibile: ha favorito le destre e i populismi. Non perché le destre avessero sempre ragione, ma perché ampie parti della sinistra e del progressismo istituzionale hanno perso la ragione su questi temi. Quando l’evidenza viene sacrificata all’ideologia, le persone normali smettono di fidarsi di chi propugna quell’ideologia. Quando il buonsenso viene etichettato come “odio”, il buonsenso diventa una facile bandiera dell’opposizione.

La deriva identitaria ha poi incontrato, in modo quasi naturale, il palestinismo radicale e l’antioccidentalismo. Dopo il 7 ottobre, la stessa mentalità che divide il mondo in oppressori e oppressi ha trovato nel conflitto israelo-palestinese il suo nuovo terreno di battaglia. Persone che fino al giorno prima combattevano il “razzismo sistemico” hanno difeso o relativizzato crimini contro l’umanità quando commessi contro ebrei. L’antisemitismo (la più irrazionale e antica delle follie collettive) è tornato orgoglioso e “di sinistra”, camuffato da antisionismo radicale. Non è un caso che le grandi potenze anti-occidentali (dalla Russia alla Cina, passando per l’Iran e i loro alleati) fomentino attivamente queste divisioni. Ridono del suicidio culturale dell’Occidente, realizzato attraverso idee che minano le basi della coesione sociale, seminano instabilità interna e rendono le società occidentali divise, deboli e incapaci di difendere i propri valori e interessi strategici.

Mentre noi litighiamo su pronomi, razze e “privilegi”, loro avanzano con le loro tirannie e le loro alleanze. L’ideologia è più importante della realtà, e per i nemici dell’Occidente questa debolezza auto-inflitta è un dono inestimabile. Le sinistre occidentali (o almeno le loro componenti più radicalmente identitarie) hanno commesso un errore strategico e morale enorme. Hanno scambiato la lotta contro le ingiustizie reali con la costruzione di un nuovo clericalismo laico, dove l’eresia si punisce con il rogo mediatico e professionale, vedi l’ultimo caso in Italia in cui le purghe staliniane colpiscono Erri De Luca per le sue posizioni su Israele. Hanno trasformato il dubbio, il dibattito e la diversità di pensiero (strumenti storici della sinistra illuminista) in nemici da abbattere. E così hanno reso l’Occidente più fragile di fronte ai suoi avversari esterni.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. Ma per farlo serve il coraggio di ammettere che l’esperimento identitario, il woke e il politicamente corretto (pur nati dalle migliori intenzioni di combattere il razzismo e le discriminazioni) si sono trasformati nel loro contrario: un sistema che produce nuovi razzismi burocratici, nuovi silenzi complici e nuove ingiustizie. Serve riscoprire il coraggio di distinguere tra ragione e ideologia, e di difendere la libertà di pensiero come fondamento della civiltà occidentale. In un mondo sempre più ostile, l’Europa e l’Occidente non possono più permettersi il lusso dell’autosabotaggio ideologico.