TEL AVIV

In Israele cominciano le grandi manovre per le prossime elezioni politiche generali, che presumibilmente si terranno nel prossimo mese di ottobre. Sono passati esattamente trent’anni dalla vittoria elettorale di Netanyahu nei confronti di Shimon Peres, ed è iniziato così il nuovo corso con poche interruzioni. Nella coalizione dell’opposizione, che in teoria è in vantaggio nei sondaggi sulla coalizione governativa, si comincia già a litigare. Yair Golan, leader dei “Democratici”, il partito di sinistra, quando ha preso in considerazione l’ipotesi di un accordo con i partiti religiosi ortodossi, qualora dovesse servire per formare un governo senza Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, è stato subito contraddetto dai leader alleati Bennett e Lapid del partito “Yachad”, con un netto: “Il servizio di leva sarà obbligatorio per tutti senza eccezione”. Anche Eizenkot, forte dei suoi 17 seggi rilevati dai sondaggi col suo nuovo partito “Yashar”, si è inserito polemicamente nella dialettica politica, favorendo di fatto Netanyahu e i suoi alleati. Fare delle previsioni su chi vincerà le prossime elezioni è impossibile.

Il premier Netanyahu l’altro ieri sera ha dichiarato che Israele vuole prendere il controllo sul 70% del territorio di Gaza. Prendere il controllo, innanzitutto, non vuol dire annessione, né tantomeno occupazione a tempo indefinito con lo scopo poi di tenersela sine die. L’obiettivo è puramente strategico. Il famoso trattato Trump non fa progressi, e il punto 2 – in cui è previsto il disarmo di Hamas – è totalmente disatteso e, anzi, Hamas, all’interno della sua porzione di Gaza dove esercita il potere, ha ripreso il controllo militare, politico e amministrativo. L’unico scopo di Israele, al di là di tutte le speculazioni e menzogne che si leggono e si vedono in giro, è quello di rendere la Striscia di Gaza inoffensiva, con le buone, tramite una forza internazionale, o con le cattive, con il proprio esercito.

Il 7 ottobre è sempre vivo nella memoria dell’opinione pubblica israeliana, e l’unica cosa sicura è che lo Stato ebraico non accetterà mai uno status quo ante. Se ne facciano una ragione coloro che parlano a vanvera sulla possibilità attuale di due popoli e due Stati, progetto ammirevole, per quanto banalmente e platealmente non percorribile e non realizzabile. Israele, indipendentemente da quale schieramento verrà governato, vorrebbe vivere in pace con i vicini gazawi, ma l’esperienza recente, e meno recente, ha reso lo Stato ebraico diffidente e sempre sul chi va là, costretto a difendersi da una guerra ideologica ed estremista.

Hamas sta utilizzando i droni a fibra ottica, simili a quelli impiegati da Hezbollah al nord, gli stessi che hanno permesso di colpire i sistemi di osservazione israeliani il 7 ottobre 2023. A ciò si aggiunge l’indagine statunitense sull’agenzia Onu per i rifugiati a Gaza, l’UNRWA, sospettata che 1.500 suoi dipendenti facciano parte di Hamas, con la conseguenza che l’agenzia verrebbe etichettata come organizzazione terroristica. Sul fronte libanese, l’intento dell’Idf continua a essere quello di colpire Hezbollah e spingere indietro sempre di più la minaccia sciita. In una visita alle truppe dislocate al nord di Israele, il capo di stato maggiore di Tzahal, Eyal Zamir, ha dichiarato che nulla potrà salvare Hezbollah e che la linea gialla di divisione stabilita per il cessate il fuoco non limiterà le operazioni dell’Idf. La popolazione israeliana che vive al nord, minacciata continuamente da Hezbollah, è la priorità per Israele. Le città di confine sono continuamente colpite dai droni a fibra ottica.

Netanyahu conferma che le truppe dell’Idf hanno attraversato il fiume Litani e che le forze sono “operanti a Beirut e nella valle della Bekaa”. Si rischia che la situazione possa evolvere in una guerra di attrito, che Israele non può accettare, ma il memorandum di intesa tra Usa e Iran, se verrà accettato dal presidente Trump, rischia di portare proprio a quello come tragico epilogo.