TEL AVIV – Tre civili israeliani accoltellati l’altro ieri a Cipro da un siriano. L’organizzazione LGBT ebraica italiana Keshet boicottata dal Gay Pride di Roma perché non si è dissociata dalle menzogne del genocidio. Turisti israeliani respinti in Italia da ristoranti dopo essere stati riconosciuti come ebrei o israeliani. Prenotazioni cancellate in alberghi e strutture ricettive a cittadini israeliani, a meno di non prendere le distanze dalla politica definita terroristica del proprio governo. Un clima sempre più pesante che si sta diffondendo in Europa e che contribuisce ad alimentare una tensione ormai evidente anche fuori dal Medio Oriente. Ma soprattutto la decisione dell’Onu di aggiungere Israele nella lista nera dei Paesi accusati di commettere violenze sessuali, mettendo di fatto l’Idf sullo stesso piano degli stupratori di Hamas. “L’Onu è ormai senza alcun senso della moralità”, ha dichiarato l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon. Una presa di posizione che a Gerusalemme viene condivisa trasversalmente, in un momento in cui cresce la sensazione di isolamento internazionale dello Stato ebraico.

È in questo contesto sempre più degradato che la guerra in Libano, chiamata con il nome di cessate il fuoco, continua invece ad aumentare di intensità e inevitabilmente di vittime. Israele, contrariamente alla volontà del presidente Donald Trump, ieri ha colpito il quartiere di Dahiyeh, a Beirut, roccaforte di Hezbollah, con una possibile eliminazione mirata di Ali al-Husni: il primo attacco di questo tipo dal cessate il fuoco imposto da Trump. Continuano senza interruzioni gli allarmi nel nord di Israele, lungo il confine con il Libano e nell’Alta Galilea. Al-Husni sarebbe a capo di una forza missilistica iraniana. Al momento non è ancora possibile stabilire con certezza se sia stato effettivamente ucciso nell’operazione. La tensione nel nord resta altissima, e il timore crescente è che Hezbollah possa aumentare ulteriormente il livello degli attacchi con droni e missili contro il territorio israeliano.

Mercoledì una soldatessa israeliana di vent’anni è stata uccisa da un drone FPV al confine con il Libano, all’interno del territorio israeliano. È il dodicesimo soldato dell’Idf morto dopo la proclamazione del cessate il fuoco con Hezbollah. Dopo l’uccisione della militare, l’esercito israeliano ha attaccato obiettivi di Hezbollah a Tiro e colpito un veicolo. A Gaza, l’altro ieri, l’Idf ha probabilmente eliminato Din al-Beik, comandante della brigata nord di Hamas, insieme a Imad Aslim, vicecomandante a Gaza City. Ieri, sempre nella Striscia, l’Idf ha ucciso a Khan Younis Ihab Khrizim, capo della rete centrale di trasferimento dei fondi di Hamas e responsabile del passaggio di milioni di dollari destinati alle milizie terroristiche. Secondo Israele, questi finanziamenti hanno permesso alle organizzazioni armate di riorganizzarsi continuamente anche durante il cessate il fuoco, aumentando la frequenza degli attacchi contro soldati e civili israeliani. È stato inoltre ucciso Mohammed al-Habash, comandante responsabile della produzione di armi per Hamas.

Tutto questo dopo che mercoledì mattina era stato eliminato il nuovo capo dell’ala militare di Hamas, Mohammed Odeh, considerato il vero numero uno militare del movimento, nominato appena undici giorni prima. La guerra continua senza reali possibilità di stop, almeno al momento, con il crescente pericolo che i micidiali droni provenienti dal Libano possano presto arrivare anche da Gaza, aprendo un ulteriore fronte di minaccia per Israele. Non a caso, in serata il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato: “Ora controlliamo circa il 60% della Striscia di Gaza. Eravamo al 50%, ora siamo al 60%. Su mio ordine, arriveremo al 70%. Inizieremo da lì”.