Esteri
Starmer, addio amaro: il labour non ha superato la crisi culturale tra estremismo, wokismo e islamizzazione
Dopo un anno, 11 mesi e 17 giorni si conclude l’avventura di Sir Keir Starmer al numero 10 di Downing Street. Un addio amaro, pieno di rimpianti e recriminazioni. Non solo per la rapidità con la quale si è consumata una leadership che aveva saputo riportare al governo i laburisti dopo 14 anni di governo conservatore, ma anche perché parliamo di un partito che aveva perso l’anima e la capacità di ascoltare i suoi elettori.
Lo dimostrò in maniera evidente il voto massiccio degli elettori laburisti in favore della Brexit, soprattutto nei sobborghi industriali e nelle aree rurali del nord, un tempo feudo delle Trade Unions. Quel segnale fu un primo campanello d’allarme per un partito che, dalla sconfitta di Gordon Brown, non era più stato in grado di toccare palla e di proporre ai britannici una visione che andasse oltre gli slogan fanatici e impopolari di Jeremy Corbyn, con i conservatori rampanti e con la nuova destra di Farage che, una volta ottenuta la vittoria della Brexit, sembrava essersi estinta. Oggi sappiamo che non è stato così, ma di questo hanno colpa i conservatori ed è una storia diversa.
La domanda che sorge spontanea alla luce della parabola politica di Starmer, tuttavia, ci porta a cercare di capire come abbia potuto l’unico partito socialdemocratico d’Europa essersi ridestato e dimostrato vincente dilapidare nel giro di un solo anno un intero patrimonio politico. Tutti hanno elogiato Starmer quando, da leader dell’opposizione, ripudiava il populismo di sinistra e le facili ricette propagandistiche, portando il Labour lontano da ogni forma di radicalismo ed estremismo. Eppure tutto questo è svanito rapidamente al primo colpo di vento che, per quanto impetuoso potesse essere, difficilmente avrebbe dovuto travolgere Starmer a un solo anno dalla sua vittoria politica contro i conservatori.
Le risposte sono molteplici, ma tutte hanno un semplice comune denominatore: la crisi culturale attraversata dalla sinistra, che il Labour ha provato a contenere senza riuscirci. L’estremismo culturale, il wokismo, l’islamizzazione e l’incapacità di costruire una via economica nuova al di là dell’Europa hanno provocato l’implosione. Non ha giovato neppure la prima vera e propria crisi diplomatica con gli Stati Uniti dell’epoca moderna, a cui per di più ha dovuto mettere una pezza molto “British” Re Carlo III. In politica estera e sulla Difesa, Starmer si è impantanato su sé stesso, mentre sul piano interno ha continuato ad avallare le follie multiculturali che hanno provocato una crisi spirituale (anche in senso laico) dell’intera società britannica.
Starmer è rimasto immobile, divorato fondamentalmente dall’incapacità politica di ammettere una cosa che nessuno vuole ammettere: gli inglesi hanno voluto la Brexit e hanno premiato tutti coloro che hanno seguitato su quella strada, compreso Starmer quando diceva “non si torna indietro”, ma hanno prontamente bocciato chiunque abbia ipotizzato ritorni indietro o abbia solo vacillato nel sostegno alla Brexit. E il voto in massa per Reform UK ne è la dimostrazione.
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