Nella notte tra domenica e lunedì, mentre a Évian-les-Bains si apriva il vertice del G7, la Russia ha sferrato contro l’Ucraina uno degli attacchi più massicci dall’inizio del conflitto: 70 missili e 611 droni, soprattutto su Kyiv e Kharkiv, con almeno 9 morti secondo le prime stime e 140mila residenti della Capitale senza corrente. Tra gli obiettivi colpiti anche un simbolo che va oltre il valore militare: la cattedrale della Dormizione, cuore della Lavra delle Grotte di Kyiv, patrimonio Unesco fondato nel 1050. La facciata dell’edificio è stata squarciata, e il tetto in gran parte distrutto da un incendio domato a fatica. Il metropolita Epifanio, primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, ha definito l’attacco un crimine contro l’umanità, la storia e la cristianità, mentre Zelensky lo ha bollato come uno dei crimini più gravi commessi dalla Russia contro la cultura cristiana. Mosca respinge la responsabilità diretta, ma nel contesto di un bombardamento di queste proporzioni la responsabilità ultima non può che ricadere su chi ha scelto di colpire la Capitale con un volume di fuoco simile.

Mosca ha scelto di colpire il luogo più sacro dell’ortodossia slava orientale

È difficile non leggere la coincidenza temporale come un messaggio politico. Il giorno dell’apertura del summit dei sette grandi, con Zelensky presente a Évian e l’Ucraina al centro dell’agenda, Mosca ha scelto di colpire non una caserma o un deposito di munizioni, ma il luogo più sacro dell’ortodossia slava orientale. Un gesto che parla più di mille comunicati: mentre il G7 discute di sostegno a Kyiv, Putin ricorda che la guerra continua e che è lui e solo lui a scegliere dove e quando intensificarla. Lo stesso Macron, condannando l’attacco, ha osservato che Putin sta inviando un messaggio al G7 e al Consiglio europeo, scommettendo sul terrore piuttosto che sulla diplomazia. L’episodio non nasce dal nulla, ma si inserisce in una traiettoria di crescente intensità che dura da settimane. Il 24 maggio Mosca ha lanciato circa 90 missili e 600 droni su Kyiv. Una settimana dopo è arrivato uno degli attacchi più imponenti dall’inizio della guerra, con missili Zircon, oltre 600 droni e almeno 13 morti. In quei giorni Lavrov aveva avvertito Washington che la Russia avrebbe potuto colpire i centri decisionali ucraini, suggerendo persino l’evacuazione dell’ambasciata Usa a Kyiv. L’11 giugno è arrivata un’altra ondata di droni e missili Iskander. E ora il nuovo picco con la cattedrale in fiamme.

Putin ha annunciato che le forze armate intensificheranno gli attacchi

Putin stesso ha rivendicato il vantaggio strategico russo sul terreno e annunciato che le forze armate intensificheranno gli attacchi alle infrastrutture nemiche, presentando la scelta come risposta ai raid ucraini in territorio russo: una retorica che appare più una giustificazione a posteriori di una strategia già in atto che una rappresaglia. Forse perché, sul terreno, l’avanzata russa ha perso slancio, riducendosi ai minimi degli ultimi 3 anni. Si delinea così un quadro coerente: mentre lo stallo militare si consolida e i negoziati restano bloccati da mesi, la Russia compensa l’assenza di risultati sul campo con un’escalation della guerra aerea contro civili e infrastrutture, scegliendo con cura il momento simbolico. L’attacco alla cattedrale il giorno dell’apertura del G7 unisce la dimensione militare a quella psicologica: nessun luogo, per quanto sacro, è al riparo dalla guerra di Putin.