L’esperienza di quattro anni di guerra, segnati da inganni e dietrofront del Cremlino, dovrebbe spingere a dire che, anche questa mano tesa offerta da Zelensky a Putin sarà un buco nell’acqua. D’altra parte, la realtà è fatta proprio di un conflitto ormai più lungo della Grande guerra, la cui soluzione è un arcano per tutti. «È una guerra che non si risolve perché una parte prevale sull’altra», osserva l’ambasciatore Giampiero Massolo, già direttore del Dis, segretario generale della Farnesina, ora vicepresidente di Mundys. «Neppure un’escalation quale il ricorso nucleare potrebbe cambiare la situazione sul terreno. Esporrebbe la Russia a una condizione di paria della comunità internazionale senza, alienandole in modo definitivo la benevolenza americana e forse anche il credito cinese».

Preso atto di questa prospettiva, abbiamo da un lato Zelensky che «compie un atto di realismo», secondo il diplomatico. L’Ucraina si sente forte della sua resistenza dimostrata e della propria industria militare sviluppata dal 2022 a oggi. Un risultato raggiunto grazie al contributo di Washington e Bruxelles, che «le ha consentito non solo di resistere, ma di progressivamente riguadagnare terreno». Dall’altro Putin, che percepisce gli scricchiolii intorno al suo sistema di potere. Opinione pubblica ed economia gli sono sempre meno favorevoli. Il Global Pmi di S&P ha registrato un’ulteriore contrazione a maggio appena concluso. Inoltre il raid dei droni su San Pietroburgo «fa capire alla popolazione che a essere toccata non è più solo la periferia dell’impero. Il conflitto comincia a farsi sentire anche nella parte più borghese della Russia». A rigor di logica, questo dovrebbe indurre il Cremlino a sedersi al tavolo dei negoziati. Al contrario, per com’è fatta la sua struttura di potere, «in questa fase Putin non è disposto a concedere nulla». All’opinione pubblica russa, «bloccata nel cloroformio dopo tutti questi anni di guerra», così definita da Massolo serve una vittoria, prima di poter trattare. In questo schema, si inquadrano gli sconfinamenti dei droni russi in Romania.

In questo «scontro tra Davide e Golia», i cui ruoli sono di facile identificazione, come si inserisce l’Europa? La sua volontà di mediare non è una novità. «L’Europa è divisa però. Ci sono quelli che pensano che l’indebolimento di Putin lo porterà a negoziare e ritengono che mediare, in questo momento, non sia favorevole. I Paesi baltici, gli scandinavi e la Polonia sono tra questi». Massolo vi aggiunge la Numero 1 della diplomazia Ue, Kaja Kallas. «Poi ci sono i Paesi che non la pensano in questo modo e che sono essenzialmente la Francia, la Germania, l’Italia, il Regno Unito, i quali ritengono che ci sia spazio per un’azione di mediazione». Alle perplessità di una Bruxelles super partes, in quanto pro-Ucraina fin dall’inizio, risponde Francesco Tufarelli. «Si tratta di un’aggressione russa, quindi non si poteva fare in altra maniera», spiega il Presidente del Centro Studi La Parabola e direttore del semestrale Europa 2028. «E il fatto che Putin abbia proposto come mediatore un leader come Gerhard Schröder, irricevibile d’accordo, ma si tratta pur sempre di un ex Cancelliere, fa capire che anche al Cremlino ci sia un senso di riconoscimento dell’Europa».

«L’Europa ha tutte le carte e anche tutte le caratteristiche diplomatiche per trattare con Mosca e Kyiv», ribadisce Tufarelli, sottolineando che l’errore più grave sarebbe una fuga in avanti da parte di uno dei suoi leader nazionali. «Anche a costo di indire un Consiglio Ue straordinario, deve uscire una delegazione rappresentativa di tutte le parti europee». Alla luce di questo e del fatto che il conflitto è al momento privo di una via d’uscita – Putin, proprio ieri, ha detto che non ci sono motivi per incontrare Zelensky – il tema del ruolo dell’Ue va orientato sulla fase successiva al conflitto. Cosa potrà fare una volta che partirà la ricostruzione? Come potrà accogliere l’Ucraina tra i suoi Stati membri? «Giuridicamente infatti è ancora difficile configurare l’operazione. Politicamente è un altro discoro». Il Presidente del Centro Studi La Parabola ricorda il percorso di allargamento Ue del primo decennio degli anni Duemila, quando l’Ue avviava progetto ad hoc con Cipro oppure con Malta. «Il nodo di fondo è quale Ucraina vogliamo». Va a concludere Massolo. «Vogliamo un’Ucraina in Occidente e dunque armata, in grado di difendersi e dunque garantita da americani ed europei contro una nuova possibile invasione della Russia, oppure vogliamo un’Ucraina indebolita, e fragile uno Stato cuscinetto fra l’Europa e la Russia con l’intera sicurezza europea messa in discussione perché avrà avuto la meglio Mosca».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).