Il conflitto
I droni non bastano per la difesa: la realtà di una guerra d’attrito ad alta intensità
La guerra in Ucraina ha stravolto i paradigmi della difesa globale, rimettendo al centro delle agende di sicurezza europee la necessità impellente di possedere capacità di attacco di precisione in profondità (deep strike), un settore in cui il Vecchio Continente sconta oggi un pericoloso e strutturale ritardo rispetto alla Russia.
Fino a ieri la percezione comune, amplificata dai successi sul campo delle forze di Kyiv, vedeva nei droni d’attacco a lungo raggio la risposta asimmetrica ed economica ideale per colmare questo divario senza gravare sui bilanci statali, ma le più recenti analisi degli esperti evidenziano come i velivoli senza pilota non possano essere considerati una soluzione strategica autosufficiente. Per quanto i droni abbiano rivoluzionato la condotta dei conflitti moderni per flessibilità e bassi costi di produzione, i pianificatori militari di Bruxelles e delle principali capitali dell’Alleanza Atlantica mettono in guardia contro i loro limiti strutturali intrinseci, legati alla velocità ridotta, alla scarsa capacità di carico utile e all’estrema vulnerabilità di fronte ai moderni sistemi di guerra elettronica e di difesa aerea stratificata. I droni si rivelano formidabili per colpire obiettivi logistici o infrastrutture energetiche non protette, ma risultano del tutto inefficaci se impiegati contro centri di comando pesantemente fortificati o bunker sotterranei situati oltre i mille chilometri dal fronte, obiettivi che richiedono invece la potenza devastante e la penetrazione cinetica dei missili da crociera e balistici.
Attualmente la dotazione europea di deep strike convenzionale si limita a scorte esigue di sistemi lanciati esclusivamente da caccia o navi, come i britannici Storm Shadow, i francesi Scalp e i tedeschi Taurus, costringendo i vettori aerei a penetrare nello spazio aereo contestato e riducendo il raggio d’azione utile a circa cinquecento chilometri. Gli esperti confermano che affidarsi unicamente ai sistemi non pilotati per colmare il divario strategico con Mosca sia un grave errore dottrinale. L’illusione tecnologica ed economica dei droni si scontra con la realtà di una guerra d’attrito ad alta intensità, dove la capacità di penetrazione cinetica e la velocità ipersonica o supersonica restano prerogative esclusive del comparto missilistico pesante.
L’Europa si trova quindi di fronte alla necessità impellente di avviare una rincorsa industriale per rigenerare e diversificare i propri arsenali, superando la frammentazione dei programmi di Difesa comuni e la dipendenza cronica dalle piattaforme aeree tradizionali. Integrazione e complementarietà sono le parole chiave per il futuro: i droni manterranno un ruolo centrale nella ricognizione, nella saturazione tattica e nell’attacco a obiettivi non protetti, ma la deterrenza credibile contro avversari paritetici richiede il ripristino di consistenti scorte di missili da crociera e lo sviluppo di sistemi di lancio diversificati, specialmente da terra. Solo attraverso un piano strategico coordinato a livello di Unione europea e Nato, capace di finanziare e produrre vettori pesanti a lungo raggio, le capitali occidentali potranno colmare un vuoto operativo che oggi mina pericolosamente la stabilità e la sicurezza collettiva dell’intero scacchiere continentale.
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