Reintrodurle o no?
Legge elettorale, la verità sulle preferenze: al Senato franchi tiratori adios, è tempo del coraggio
Il testo della legge elettorale del Melonellum, o Stabilucum o come volete chiamarlo, è passato a Palazzo Madama ed è stato incardinato in Prima Commissione. Il vociferare nei corridoi si è fatto intenso e tutto lascia presagire che da qui fino ai primi di agosto saranno giorni scottanti. I partiti del fronte progressista – da Più Europa a Progetto Civico Nazionale – già si sono mobilitati per difendere il diritto ad avere sulla scheda i propri simboli e si sono scagliati contro l’emendamento di Forza Italia approvato a Montecitorio che metterebbe a rischio le firme raccolte dai partiti per presentare le liste.
Vi sono tanti altri punti, come l’indicazione del leader di coalizione, che agitano il fantomatico campo largo che, tra la dem Elly Schlein e il pentastellato Giuseppe Conte, non sa chi scegliere per guidare il Paese. La sinistra – come prevedibile – punta a far rimanere il più possibile la legge in Commissione. Ieri hanno richiesto una settantina di audizioni. La maggioranza ne ha permesse 26, di cui 16 all’opposizione, e subito il Senatore dem Andrea Giorgis ha bollato il fatto come “una forzatura”. Mentre i tempi si allungano, a destra si consuma il dubbio amletico. Il nodo, ovviamente, resta quello delle preferenze. La bocciatura nel primo passaggio alla Camera dell’emendamento 1.077 a prima firma del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami è stata uno spartiacque, un aut-aut di Kierkegaardiana memoria, un fulmine a ciel sereno (sì, ma variabile). I pessimisti – dopo l’esito – avevano persino tuonato l’apertura di una crisi di governo.
Oggi a destra tutti si domandano: che si fa? A differenza della Camera, al Senato il voto segreto non è previsto. Franchi tiratori adios, quindi, a meno che qualche impavido non scelga apertamente di andar contro l’indicazione del partito. Cosa molto improbabile. Le forze di maggioranza stanno in queste ore discutendo sulla reintroduzione dell’emendamento. C’è chi vorrebbe accontentarsi e lasciar le cose così come sono. Parafrasando Manzoni, il Segretario azzurro Antonio Tajani – il lettore se ne sarà già avveduto – non è nato con un cuor di leone e, infatti, ha lanciato il suo appello di prudenza al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, “bisogna vedere se ci sono i numeri”. Il leader del Carroccio Matteo Salvini nei giorni scorsi, invece, auspicava la possibilità di “recuperare” le preferenze in Senato. Fratelli d’Italia, per coerenza, non dovrebbe avere dubbi. Anzi, a dire il vero, potrebbe rincarare anche la dose e “vendicarsi” di tutti quei deputati traditori (anche ben presenti tra le loro fila).
Col voto palese, chi vota contro una proposta di maggioranza vedrebbe sfumata in un baleno la rielezione, e allora perché a questo punto non presentare le preferenze pure e abbandonare i compromessi? Così facendo si darebbe il via anche a quel dialogo che sembra sempre più obbligatorio con Futuro Nazionale. Meloni ora si trova a dover affrontare un passaggio politico delicato. La riserva non è ancora stata sciolta ma non sono pochi quelli che hanno lanciato l’allarme: qualora la legge restasse la versione approvata in prima lettura alla Camera il rischio che venga cassata dalla Corte costituzionale non è da escludere. Intanto la chiusura dell’iter in Senato potrebbe esser rinviata a settembre. Affinché resti tutto com’è, bisogna che tutto cambi? La legislatura è ormai verso la fine, è il tempo del coraggio.
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