Politica
Preferenze, la bocciatura è sintomo di una crisi molto profonda. Il boomerang di Salvini e Tajani
Si continua a guardare il dito anziché la luna. La bocciatura alla Camera dell’emendamento sulle preferenze, provocata dai franchi tiratori della maggioranza, non rappresenta soltanto un incidente parlamentare. È il sintomo di una crisi molto più profonda che investe la qualità della nostra democrazia rappresentativa e la credibilità della futura legge elettorale. Le regole del gioco non dovrebbero mai essere terreno di scontro tra maggioranza e opposizione. Una legge elettorale non appartiene a un governo né a una legislatura: appartiene ai cittadini. È lo strumento con cui il popolo esercita la propria sovranità eleggendo il Parlamento. Per questa ragione dovrebbe nascere da un confronto largo e da un’intesa bipartisan, non da una prova di forza conclusa sul filo di un voto. Alla Camera è accaduto l’esatto contrario. L’opposizione ha prevalso per un solo voto, mentre la maggioranza è stata sconfitta dai propri franchi tiratori. Non ci sono stati vincitori né vinti: hanno perso entrambi gli schieramenti. Quando vengono meno le regole della condivisione sulle istituzioni, a perdere è l’intero sistema democratico. Giorgia Meloni ha attribuito la responsabilità della bocciatura alla “palude” dei franchi tiratori. Ma prima ancora avrebbe dovuto interrogarsi sulle ragioni politiche che hanno spinto una parte della sua stessa maggioranza a sabotare l’emendamento.
I franchi tiratori
La scelta di procedere senza un’intesa preventiva, per l’ostilità di Antonio Tajani e Matteo Salvini sulle preferenze, si è rivelata un boomerang. Le preferenze avrebbero inevitabilmente aperto un confronto anche con l’opposizione, facendo emergere le contraddizioni presenti nello schieramento di minoranza. Il voto segreto ha però fatto emergere una verità ancora più significativa. I franchi tiratori non sedevano tra i banchi dell’opposizione, ma in quelli della maggioranza. È difficile non vedere, dietro quel voto, la resistenza di chi preferisce il sistema dei nominati al giudizio degli elettori. In Forza Italia, fin dalla sua nascita, molte candidature sono state decise dalle segreterie. Anche nella Lega dell’era Salvini il rapporto diretto con la preferenza personale è ben diverso rispetto ai tempi di Umberto Bossi. Non sorprende, quindi, che proprio in questi partiti siano maturate le maggiori resistenze. Il punto d’incontro raggiunto tra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini non nasce nell’interesse degli elettori, ma in quello degli apparati. Il mantenimento dei capilista bloccati garantisce una corsia preferenziale ai fedelissimi delle segreterie, ai mandarini della politica, ai candidati protetti dall’organizzazione di partito. È il privilegio della nomenklatura che continua a prevalere sul diritto dei cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti.
Il premio di maggioranza
La seconda lettura al Senato rappresenta dunque un passaggio decisivo. Le preferenze dovrebbero rientrare nel testo, perché una legge elettorale che rafforzi il rapporto tra eletto ed elettore non costituisce una concessione, ma una necessità democratica. Non basta, però. Il vero nodo politico riguarda il premio di maggioranza fissato al 42%. Se nessuna coalizione dovesse raggiungere quella soglia, il premio non scatterebbe e il Paese rischierebbe di ritrovarsi con un Parlamento privo di una maggioranza politica autosufficiente. Si tornerebbe così alle trattative di Palazzo, all’alchimia politica e ai governi barocchi, cioè proprio ciò che una nuova legge elettorale dovrebbe impedire. Per questo motivo la riforma dovrebbe prevedere fin d’ora un ballottaggio tra le due coalizioni più votate. Sarebbero gli elettori, e non le segreterie dei partiti, a decidere chi governa il Paese. È questa la soluzione capace di coniugare rappresentanza e governabilità, evitando nuove paralisi istituzionali e maggioranze costruite dopo il voto.
L’ultima occasione del Senato
Esiste infine un profilo istituzionale che il legislatore farebbe bene a non sottovalutare. La giurisprudenza della Corte costituzionale in materia elettorale dimostra che il rispetto dei princìpi della rappresentanza democratica e dell’eguaglianza del voto costituisce un limite invalicabile. Una legge che lasci irrisolti questi nodi potrebbe essere nuovamente sottoposta al vaglio della Consulta. La vera partita, dunque, non è quella dei franchi tiratori. È quella della qualità della nostra democrazia. Il Senato dispone dell’ultima occasione per correggere una riforma che nasce già incompiuta. Le preferenze devono tornare. Se nessuna coalizione raggiungerà il 42%, dovrà essere il popolo, attraverso il ballottaggio, a decidere chi governa e non con i pastrocchi parlamentari. E soprattutto dovrà finire il privilegio dei capilista bloccati, moderna espressione dei mandarini di partito, nominati dai segretari anziché scelti dagli elettori. Una democrazia matura non ha bisogno di parlamentari fedeli ai capi, ma di rappresentanti leali ai cittadini. Finché prevarrà la logica della cooptazione e delle candidature blindate, il Parlamento continuerà a essere composto più da nominati che da eletti. E questa non sarà la sconfitta della maggioranza o dell’opposizione, ma della Repubblica e della democrazia rappresentativa.
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