Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia, è il firmatario dell’emendamento alla legge elettorale che innalza la soglia sotto la quale i voti delle liste non vengono calcolati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza. Una proposta che ha provocato la protesta delle formazioni minori e sollevato dubbi sulla sua costituzionalità.

Onorevole Russo, qual è l’obiettivo del suo emendamento?
«Ha una duplice finalità. La prima è ridurre la frammentazione, rendendo il quadro politico più semplice e comprensibile. La seconda è annullare il potere di ricatto, di veto o di interdizione delle formazioni molto piccole. Ci troviamo in uno scenario nel quale due grandi coalizioni possono contendersi il primato per pochi punti percentuali. Non possiamo consegnare il diritto di decidere chi debba governare un grande Paese come l’Italia alla lista “Forza Roma” oppure al “Partito di Facebook”».

I partiti minori sostengono che la norma favorisca le formazioni maggiori. È così?
«È evidente. Lo abbiamo addirittura dichiarato. È una misura che favorisce la capacità aggregativa delle formazioni più democratiche, intendendo per democratiche quelle capaci di dare ospitalità a idee, sensibilità e culture politiche diverse e popolari. La politica dovrebbe spingere alla costruzione di soggetti ampi, non alla moltiplicazione artificiale di simboli e piccoli recinti».

Le viene contestato di aver introdotto una novità potenzialmente problematica sul piano costituzionale.
«In realtà non si tratta affatto di un’innovazione giuridica. Anche l’attuale sistema, il Rosatellum, prevede una soglia sotto la quale i voti espressi non vengono calcolati. Quella soglia è fissata all’uno per cento. Con la nostra modifica ci limitiamo ad alzarla di qualche punto decimale».

Il Rosatellum, però, non prevede un premio di maggioranza.
«È vero, ma prevede i collegi uninominali, che possono essere considerati gli antenati del premio di maggioranza. In quei collegi sono scattati seggi decisivi anche per una manciata di voti. Non stiamo quindi introducendo un principio sconosciuto al nostro ordinamento: stiamo intervenendo su un meccanismo che già esiste, adattandolo al nuovo sistema».

Teme che la Corte costituzionale possa bocciare l’emendamento?
«Non siamo per niente preoccupati per un eventuale intervento della Corte. È il suo lavoro. Il Parlamento scrive le leggi e la Corte costituzionale ne vaglia la conformità alla Costituzione. Noi riteniamo che la norma sia pienamente costituzionale. Se la Corte dovesse pensarla diversamente, poco male: saranno cancellate quelle tre righe e si tornerà alla disposizione precedente».

Non sarebbe comunque uno scontro istituzionale tra Parlamento e Consulta?
«Assolutamente no. L’esame della Corte non deve essere interpretato come uno scontro tra poteri, ma come un concorso tra istituzioni per scrivere buone leggi, perfettamente rispettose dei diritti di tutti i cittadini. Il controllo di costituzionalità fa parte del funzionamento ordinario di una democrazia».

Le formazioni più piccole accusano la maggioranza di volerle espellere dal Parlamento. Che cosa risponde?
«Lo dico senza alcuno snobismo: chi si candida a governare un Paese deve avere un’ambizione. Deve immaginare qualcosa di più che prendere l’1,7 per cento. Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, per esempio, non si sono mai preoccupati delle soglie di ingresso».

Neppure Giorgia Meloni, all’inizio, disponeva di un grande partito.
«Infatti. Quando ha fondato il suo partito non è riuscita inizialmente a superare una delle soglie previste. Ma è diventata lo stesso Giorgia Meloni e ha trasformato quella formazione nel primo partito italiano. Le soglie non impediscono a un progetto politico serio di crescere. Possono semmai stimolarlo a uscire dalla marginalità e a conquistare davvero il consenso degli elettori».

Quindi una legge elettorale non deve limitarsi a tradurre matematicamente i voti in seggi?
«Le leggi elettorali non sono regole come tutte le altre. Hanno anche una funzione, per così dire, di indirizzo. Questa proposta vuole aumentare la chiarezza del sistema e la stabilità politica. La scelta sulle soglie è stata compiuta proprio con questo obiettivo: diminuire il numero dei simboli sulle schede e rendere più solide le maggioranze e i governi».

Qual è, in concreto, il rischio che volete scongiurare?
«Quello di ritrovarci con un senatore o un deputato che rappresenta microinteressi e che, grazie a un peso parlamentare sproporzionato, può far ballare un governo scelto da milioni di elettori. Una democrazia deve certamente garantire il pluralismo, ma non può trasformare ogni formazione dell’uno per cento in un soggetto dotato di un permanente potere di veto».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.