Il dibattito
Legge elettorale: ma le preferenze sono di destra o di sinistra?
Ma, mimando Giorgio Gaber, alla fine le preferenze sono di destra o di sinistra? Man mano che si procede sull’asse politico da destra verso sinistra decresce il favore per una scelta diretta degli eletti da parte degli elettori. Il presidenzialismo amato dalla destra – e quindi odiato dalla sinistra – non è una “preferenza” unica? Attenzione: c’è una visione più profonda delle apparenze, una filosofia chiamatela se volete individualista, che ispira l’opzione di “farsi” con le proprie mani il deputato o senatore; non coincide col format mentale progressista. Le preferenze furono maledette dalla sinistra comunista pre Muro e pre Internet – la piccola destra missina vi era invece addestrata dalla nascita per formare e ricambiare la classe dirigente – quando erano dipinte come anelli di lunghissime catene di Sant’Antonio democristiane con 4 o 5 nomi legati tra loro da accordi sotto e sopra banco, da appartenenza e dominanza delle correnti del partito-Stato, spesso collegate ad affarismi di ogni specie, al controllo clientelare del territorio da parte dei ras, a relazioni pericolose tra politica e malaffare, persino tra istituzioni e criminalità comune e mafiosa.
C’era questo nella descrizione della sinistra che era permanentemente all’opposizione; era soprattutto nel Centro-Sud, ma non solo, uno spaccato della realtà; ma parziale non totalitario: quella prassi infernale procedeva intrecciata – il “sangue e merda” di Rino Formica – col principio di una sovranità popolare declinata fin nelle mani del cittadino, che aveva la percezione e anche lo scettro, d’oro o di cartone secondo interpretazioni, epoche e contesti, per sapersi decisore almeno una volta ogni cinque anni. Soprattutto, non era più etico il “centralismo democratico” elettorale del PCI, togliattiano e poi berlingueriano, che imponeva dalle stanze di Botteghe Oscure, la massa degli eletti, inviando in periferia i facsimile con la scheda elettorale già prestampata con i nomi dei preferiti da votare: la “crema” era la classe dirigente della nomenclatura destinata a presidiare le postazioni regionali e a crescere nell’apparato: gli Occhetto, D’Alema, Veltroni, per limitarci ai futuri segretari del partito, come credete siano arrivati in Parlamento ? O il ceto intellettuale, spesso mascherato da “indipendente”, come veniva elevato al seggio per meglio calare la lezione gramsciana dell’egemonia? Ancor più: come “arrivava” a Montecitorio o a Madama la massa dei bravi funzionari di partito, così retribuiti dallo Stato, con rigide turnazioni e indennità dirottate per metà alle cassa comunarda?
In fondo la destra contemporanea, con la sua leader-premier Giorgia Meloni, ha ereditato dal grande partito conservatore dc e dalla tradizione politica della destra, la preferenza per le preferenze, al netto dell’oleografia delle catene di S. Antonio che nella Seconda Repubblica sono abbastanza depurate dagli irripetibili caroselli biancofiore e dalla predestinazione di compagni apparatčik; in Italia le elezioni europee, regionali, comunali si svolgono col rito delle preferenze, su cui oggi molto più di ieri vigila il campo avverso, l’informazione, l’Antimafia, l’incapacità tecnica di apprestare numerazioni infallibili quanto le combinazioni delle casseforti: insomma ci sono garanzie che in passato non c’erano. Ma nel campo largo progressista sembra residuare quella tendenza collettivista; a cui si unisce, armonicamente, lo spirito di opposizione al presepe governativo, comunque lo si apparecchi: il che spiega la richiesta di aiuto della gauche al partito permanente e trasversale dei franchi tiratori capace di affossare pure designati al Quirinale, come Prodi e D’Alema ben sanno. Così potete capire la doppiezza dell’affermare essere a favore e il chiedere il “secretum” sul voto. Si dice: la Meloni non è meno machiavelliana – quindi va “dietro alla verità effettuale della cosa” – e lo ha previsto; forse; l’uscita di La Russa, sembra però prefigurare tempi supplementari. Vedremo. Intanto non togliete alla sinistra la doppiezza come sua istintualità specifica e permanente. Senza, che sinistra sarebbe?
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