Furbizia fiscale ed etica civica
La coscienza di Italo Smemo, simbolo di chi vive a carico dei contribuenti: il conto del welfare con i malus chiamati bonus
Questa è la storia di Italo Smemo, un nome (fittizio) e una vocazione. Sessantotto anni, una casa intestata alla moglie, un figlio che lavora a tempi alterni con modalità contrattuali da cinquanta sfumature di nero tendenti al grigio, e una pensione da milleduecento euro che integra con una piccola rendita da affitto — naturalmente non dichiarata. Ogni anno, puntuale come le scadenze fiscali che lo riguardano meno degli altri, si reca al CAF per rinnovare la certificazione ISEE: l’indicatore, calcolato su ciò che risulta e non su ciò che è, lo colloca comodamente sotto la soglia che dà diritto al bonus energia, al bonus psicologo, al bonus elettrodomestici, all’esenzione dal ticket e alle tariffe agevolate sui trasporti.
Non è ricco, Italo. Non è nemmeno povero. È qualcosa di più sfuggente e assai più diffuso: è un professionista del sistema — a sua insaputa, forse. O forse no. Ha con la propria coscienza un rapporto elastico: sa benissimo cosa fa, ma trova sempre una ragione per non chiamarlo con il suo nome. «Ho lavorato tutta la vita», dice. «Me lo sono guadagnato». È la formula universale dell’assoluzione, quella che trasforma ogni prelievo dal pozzo comune in un atto di giustizia personale. Zeno Cosini — il personaggio di un altro, più illustre Italo (Svevo per intenderci) — almeno aveva il vizio del fumo. Il nostro ha il vizio di fare i conti senza l’oste.
Le fasce di vera vulnerabilità economica
I numeri del Tredicesimo Rapporto Itinerari Previdenziali, presentato di recente, restituiscono la misura esatta di questo universo: su 58,8 milioni di italiani, 32 milioni hanno presentato domanda ISEE nell’ultimo anno, nonostante lo strumento fosse stato concepito per raggiungere al massimo il cinque o sei per cento della popolazione — le fasce di vera vulnerabilità economica. Dal 2008 la spesa assistenziale è più che raddoppiata, crescendo a un ritmo tre volte superiore a quello della spesa previdenziale, mentre il numero di poveri assoluti, anziché diminuire, è quasi triplicato, passando da 2,1 a 5,7 milioni. La macchina del welfare gira a pieno regime, brucia carburante pubblico in quantità industriali, e i poveri aumentano. Qualcosa, nella catena di trasmissione, si è inceppato in modo strutturale: e finché non si dirà la verità agli italiani, questo stesso sistema imploderà.
Italo abita al Nord ma suo cugino – Nìtalo – vive in Calabria e la storia non cambia — anzi, si accentua. Il 43% di tutte le dichiarazioni ISEE presentate in Italia nel 2025 proviene infatti dal Sud e dalle Isole, a fronte di una popolazione che rappresenta circa un terzo del totale nazionale. Sarebbe comodo ricavarci una sentenza sul carattere meridionale; sarebbe però disonesto. Nìtalo non è più furbo né più pigro del cugino: ha semplicemente meno alternative, e si arrangia con l’unica che lo Stato gli ha messo a disposizione.
Nel frattempo, a sostenere questa architettura è il lavoratore dipendente con la busta paga trasparente come un vetro, su cui il prelievo fiscale si abbatte con la precisione di un orologio svizzero e senza margini di ottimizzazione. È lui il finanziatore silenzioso e involontario della cricca Italo-Nìtalo and co.: non ha lobbisti né CAF schierati dalla sua parte, non dispone di un bonus che porti il suo nome. Ha soltanto lo stipendio netto, che ogni anno vale un poco di meno, e una vaga, incorreggibile sensazione di essere dalla parte sbagliata della furbizia collettiva.
La selettività che fa paura
Ecco, c’è una parola che in Italia basta pronunciare per essere accusati di voler abbandonare i poveri al loro destino: questa parola è selettività. Essa fa paura, evoca tagli, crudeltà, governi col cuore di pietra. Eppure significherebbe soltanto questo: dare di più a chi ha meno, e smettere di dare a tutti indiscriminatamente — a chi compila un modulo con diligenza, a chi si sveglia all’alba per un click day, a chi ha imparato che lo Stato è un bancomat cui si accede con la tessera giusta.
Le soluzioni non mancano e sono – udite udite – a costo zero. Anzitutto bisognerebbe riformare l’ISEE incrociando davvero le banche dati del fisco, del catasto e delle camere di commercio, così da fotografare la ricchezza reale e non quella dichiarata; secondariamente è urgente accorpare la costellazione di bonus in un reddito minimo selettivo, tarato sul bisogno e non sull’elettorato; e smettere, soprattutto, di usare i sussidi come sostituto della politica industriale nel Mezzogiorno. In ventidue anni il Sud ha perso 350 mila laureati under 35 — ogni anno 134 mila studenti meridionali scelgono università del Centro-Nord, portando con sé un capitale umano formato con risorse pubbliche che restituiranno altrove. La SVIMEZ quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo di questa mobilità interna: più di qualsiasi bonus mai erogato. Nìtalo non ha bisogno di un altro sussidio — ha bisogno che suo figlio non faccia le valigie. Non è fantascienza: è amministrazione ordinaria. Ciò che manca non è la tecnica, è la volontà politica di dire la verità agli elettori.
Il patto costituzionale tradito
La storia di Italo Smemo non è solo una storia di furbizia fiscale: è una storia di etica civica, e alla fine di patto costituzionale tradito. L’articolo 53 è di una semplicità disarmante: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Due righe, nessuna ambiguità — eppure sono probabilmente le due righe più sistematicamente aggirate della storia repubblicana. Non per cattiveria: per architettura. Un sistema fiscale che vede tutto sul lavoratore dipendente e quasi niente su chi sa restare nell’ombra ha già tradito quel principio prima ancora che Italo mettesse piede al CAF. La capacità contributiva non è ciò che si dichiara: è ciò che si possiede, circola, produce. Quando lo Stato rinuncia a misurarla davvero, non commette un errore amministrativo — abdica al patto su cui poggia la convivenza civile. Come scrive Veronica De Romanis nel suo recente L’economia della paura, l’Italia è diventata una «Repubblica delle tribù»: da vent’anni ogni tribù che si fa sentire ottiene quasi sempre un sussidio, in un bilancio pubblico che conta 625 voci di spese fiscali, molte delle quali regressive — destinate cioè a chi non ne avrebbe bisogno. Non si offre crescita: si offre protezione. Non si costruisce futuro: si compra consenso. Ed è un metodo bipartisan — il che è, forse, la parte più scomoda di tutta la faccenda.
Il nostro Italo, per intanto, è uscito dal suo CAF, prenotando l’appuntamento per l’anno prossimo. Il problema non è la sua malafede, ma la nostra rassegnazione collettiva a un meccanismo che ha fatto della furbizia una norma e della norma un diritto. Tocqueville, intuì con due secoli di anticipo la forma più insidiosa del dispotismo moderno: non quello che spezza le volontà, ma quello che le rammollisce — che non costringe, non punisce, non proibisce, ma avvolge i cittadini in una rete di piccole dipendenze fino a renderli incapaci di fare da soli. Lo chiamò «dispotismo morbido». Noi lo abbiamo chiamato bonus ma sappiamo essere il malus economico italiano.
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