«Chi di spada ferisce, di spada perisce», ammonì il Nazareno nell’orto degli ulivi. Sigfrido Ranucci, che di spade mediatiche s’intende, ha appena scoperto quanto tagli la lama quando la si impugna dalla parte sbagliata. Il conduttore di Report ha depositato due querele.

La prima per diffamazione, contro chi ha insinuato la tesi del «finto attentato»: e qui ha ragione da vendere, perché l’autobomba dell’ottobre 2025 fu cosa serissima e infangare la vittima è indegno. Ma è la seconda a far sobbalzare: rivelazione di segreto d’ufficio e investigativo, per la pubblicazione — su Domani e La Verità — di intercettazioni, appunti e verbali coperti dal segreto istruttorio.

Intercettazioni riservate finite sui giornali. Verbali che dovevano restare chiusi. Atti d’indagine dati in pasto ai lettori. Ma non era esattamente questo il «metodo Report»? Non è su questo che il programma prospera da vent’anni, rivendicando ogni volta il sacro diritto di cronaca contro il «bavaglio»? Quando a essere intercettati erano gli altri, era giornalismo d’inchiesta. Ora che le bobine riguardano lui, è violazione del segreto. Il diritto di cronaca, evidentemente, è come il colesterolo: c’è quello buono e quello cattivo, e la differenza la fa l’indirizzo di casa.

Difendiamo la libertà di stampa senza sconti, ci mancherebbe. Ma la difendiamo sempre, non a targhe alterne. Il segreto istruttorio o è un valore per tutti, o non lo è per nessuno. Lo aveva capito Beccaria: una giustizia che cambia misura a seconda della persona non è giustizia, è arbitrio. La lama, caro Ranucci, taglia in tutti e due i versi. Chi la benedice quando ferisce gli altri, non si stupisca se un giorno la ritrova puntata contro.

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