Esteri
Iran, il murale con Trump nella bara: “Lo uccideremo”. Usa pronti a nuovi raid
L’immagine del murale apparso nella piazza Enghelab di Teheran è chiara e non lascia spazio a molte interpretazioni. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è raffigurato in una bara, vestito in giacca e cravatta. E la frase in inglese e persiano a commento del feretro è una minaccia altrettanto esplicita: “Uccideremo Trump”. L’avvertimento è da tempo al centro del dibattito e degli slogan utilizzati dalle fazioni più radicali della Repubblica islamica.
La settimana di lutto per l’ex Guida suprema, Ali Khamenei, ha rafforzata la retorica nazionalista e messo in disparte l’ala più pragmatica, quella rappresentata dal presidente Masoud Pezeshkian e dai due principali delegati nei negoziati con gli Usa, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf. Ieri, l’ayatollah Alireza Arafi, il responsabile dei seminari sciiti e figura eminente del mondo ultraconservatore, ha dichiarato che i leader politici e militari iraniani dovrebbero “considerare l’accordo definitivamente chiuso e intraprendere la via del jihad e della resistenza”. “I dirigenti non devono continuare il percorso dei negoziati e di un accordo con i miscredenti che non rispettano alcun patto, invocando come giustificazione i problemi economici, il timore dei costi della guerra o dei danni alle infrastrutture”, ha tuonato Arafi. E questo è un segnale che preoccupa soprattutto perché coincide non solo con la paralisi delle discussioni, ma soprattutto con una crisi militare che non sembra ancora trovare una via d’uscita.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha chiarito che Teheran “non ha piani per negoziati”. “Al momento siamo concentrati sulla difesa”, ha affermato il portavoce, aggiungendo che “se l’altra parte viola i suoi obblighi, anche noi ci asteniamo dal rispettare i nostri. Questo è un principio e la stessa linea sarà seguita in futuro”. Ieri, gli Stati Uniti hanno di nuovo lanciato ondate di raid contro le postazioni missilistiche e radar dei Pasdaran, concentrandosi in particolare sulla costa meridionale dell’Iran. Gli attacchi di ieri, durati ore, hanno preso di mira anche l’isola di Hengham, nello Stretto di Hormuz. Proprio in quell’area, alle porte del Golfo Persico, prosegue il blocco navale americano, con il Centcom, il comando centrale Usa, che ha confermato di avere deviato la rotta di due navi commerciali che tentavano l’attraversamento.
Ma la società di analisi dei traffici navali Kpler ha certificato anche lo stop sulla rotta omanita, quella a sud, mentre circa 14 cargo sono comunque riuscite a usare nelle 24 ore precedenti il percorso autorizzato dall’Iran. Trump, che ieri ha detto che Hormuz può essere “sostituito” da nuovi oleodotti in Alaska e Texas, sembra indeciso. La volontà di proseguire nelle trattative resiste. The Donald lo ha detto esplicitamente ma lo ha fatto anche capire chiedendo a Israele di non prendere parte all’operazione contro l’Iran di questi giorni. Dall’altro lato, però, il rischio di un’escalation è in agguato.
Ieri, il sito Axios ha rivelato che il presidente Usa ha tenuto una riunione nella Situation Room per discutere di una possibile nuova offensiva, con un’intensità molto maggiore di quella mostrata con gli ultimi raid intorno a Hormuz. Il tycoon vuole aumentare la pressione su Teheran costringendo così il regime alla riapertura dello stretto e ad accettare le sue condizioni sul programma nucleare. E questa volta, gli obiettivi degli attacchi potrebbero andare ben al di là delle coste iraniane.
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