Legge elettorale
Via libera all’unanimità sul voto ai fuori sede. Preferenze, bocciato l’emendamento di Futuro Nazionale
Intesa tra centrodestra e centrosinistra: svolta alle elezioni
Il circo della politica non smette mai di sorprendere. Due giorni fa la maggioranza si è divisa sul voto per il rinnovo della legge elettorale quando l’opposizione ha teso una trappola politica al centrodestra, che c’è cascato in pieno, e oggi centrodestra e centrosinistra hanno trovato una quadra sul testo per il voto dei fuori sede. Un dato, comunque, è più che certo: le preferenze sono definitivamente morte. Fratelli d’Italia ha provato a introdurle con un emendamento, che per un voto è stato respinto. Ci ha riprovato Futuro Nazionale con un altro emendamento; Forza Italia e Lega hanno dato «forfait», e i meloniani hanno votato col Generale. Ma niente: la preferenza non «s’ha da fare».
Riavvolgiamo il nastro. Dopo la figuraccia della maggioranza di due giorni fa, Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, ha tuonato: «La maggioranza prenda atto del fallimento e vada a casa». Le ha risposto un democristiano Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, definendo il misfatto «un incidente di percorso» e aggiungendo: «Si va avanti, non riguarda la tenuta del governo». La più delusa è proprio Giorgia Meloni, che ha invitato i parlamentari a una «riflessione» e ha pubblicato un messaggio sui social: «Ha vinto di nuovo la palude.
Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate, chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma che nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci», ha concluso Meloni. Che ha criticato il campo largo: «La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto». Da Bruxelles, il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, invita la presidente del Consiglio ad «andare in Aula e tirare fuori gli attributi», dopo aver dato dei «badogliani» ai parlamentari di centrodestra per aver tradito la loro leader. Pronta la contro-risposta di Carlo Calenda che, a seguito del commento del Generale, gli ha dato del «fascista».
Intanto la guerra intestina nel centrodestra continua a interessare i cronisti politici, ma un dato rilevante lo ha sottolineato il capogruppo alla Camera di FdI, Galeazzo Bignami. Rivolgendosi alle opposizioni, ha dichiarato: «Altri non hanno presentato neanche un emendamento sulle preferenze, e questo vuol dire prendere in giro gli italiani. Noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos’altro. Voi siete l’esempio di vigliaccheria, incapaci di agire a viso aperto. La differenza è tra chi si assume le responsabilità e chi si nasconde». E il cuore della questione risiede proprio qui: se a sinistra si vuole parlare di democrazia, soprattutto nelle piazze napoletane mezze vuote dove vanno in scena lotte tra centrosinistra e Potere al Popolo, intanto a Montecitorio chi ha proposto le preferenze è stata proprio la prima premier donna, di destra.
Il campo largo ha esultato sia dentro che fuori da Palazzo, dimostrando che vuole mandare a casa Meloni minando le basi stesse della democrazia. Sì, perché la strategia politica ha una morale e un codice deontologico, anche se «in politics there is no justice», come disse MacMillan ad Anthony Eden prima di sottrargli Downing Street, gettare nel tritacarne le preferenze rende la democrazia italiana più fragile di quanto già sia, a causa della scarsa consapevolezza del suo popolo. Il campo largo che esulta al venir meno del «potere del popolo» si commenta da solo.
© Riproduzione riservata





