È stata la Capitale del Paese con il maggior numero di soldati inviati nella missione Unifil, 1.100, a ospitare il nuovo round di colloqui tra le delegazioni di Israele e Libano. Dopo cinque cicli di negoziati a Washington, dove è stato firmato un accordo quadro tra i due Paesi volto a una “pace duratura”, l’Ambasciata americana a Roma ha accolto il sesto round dei colloqui, nel tentativo di porre fine alla guerra Israele-Hezbollah e a normalizzare i rapporti tra lo Stato ebraico e il Paese dei cedri. A promuovere il ruolo da mediatore dello Stato italiano è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha sottolineato come abbia un ruolo “importante per la costruzione della pace, con Roma che in questi giorni può diventare capitale della pace”.

Per Tajani, l’obiettivo è emarginare completamente Hezbollah con “la completa liberazione del territorio libanese e con il controllo di tutto il Paese da parte delle istituzioni legittime”. Nei colloqui, al centro del tavolo il ritiro dell’Idf dal Libano del Sud dalle cosiddette “zone pilota”, aree in cui l’esercito dello Stato ebraico arretrerà per lasciare spazio alle forze armate libanesi, che dovranno continuare a garantire il disarmo del partito di Dio.

Secondo Ynet, la novità è la presenza di soli rappresentanti civili con l’esclusione dei rappresentanti militari, che avevano preso parte in tutti i colloqui precedenti, con il governo libanese che vuole accelerare il ritiro di Israele e ottenere il controllo su aree civili più ampie all’interno del Paese. Tuttavia per lo Stato ebraico è necessaria un’attività più incisiva dell’esercito libanese nelle zone in cui è schierato per poter smantellare completamente la milizia sciita. Questi negoziati rappresentano un’occasione che Israele non vuole lasciarsi sfuggire: è subito da Gerusalemme che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, durante la visita del suo omonimo ceco, Petr Macinka, a colloqui in corso, ha teso la mano verso i diplomatici del primo ministro Aoun, affermando che l’esercito è pronto a procedere con il ritiro e ad “attuare delle due zone pilota, con la speranza che il ciclo di colloqui a Roma faciliterà il processo”, ribadendo che i colloqui sono l’unica via da seguire, e a Roma Israele darà prova di buona volontà”.

Ma la questione del legame politico e militare tra Iran e il partito di dio resta e frena gli ultimi sviluppi regionali positivi, fattore rilevante per la riuscita del negoziato. La Repubblica islamica è in difficoltà sulla questione libanese: i nuovi colloqui minano il memorandum con gli Stati Uniti. Dunque la ripresa del blocco dello Stretto di Hormuz e la possibilità di nuovi scontri militari con Israele puntano a ottenere concessioni per i suoi proxy Hezbollah. Ed è proprio il premier israeliano Benjamin Netanyahu ad avvertire che Israele “risponderà con una forza molto maggiore a qualsiasi nuovo attacco iraniano contro il suo territorio”. Un metodo per mostrare i muscoli, ma che allo stesso tempo può garantire una finestra temporale di tregua che garantisca a Israele e Libano di giungere a una pace, dopo più di quarant’anni di conflittualità.

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Ruben Caivano, studente al terzo anno del corso di laurea in Scienze Politiche e Studi Europei. Appassionato di attualità, relazioni internazionali e integrazione europea, guardo alla storia del secolo scorso come una chiave di lettura fondamentale per comprendere gli eventi di oggi.