Toglieteci tutto ma non gli addetti all’ufficio del processo! Cinque sigle sindacali hanno proclamato questa settimana lo stato di agitazione del personale amministrativo della giustizia. Il bersaglio, però, non è soltanto il governo. Nel mirino finisce anche il Consiglio superiore della magistratura, accusato di essersi spinto fino a intervenire su una materia che appartiene alla contrattazione collettiva e all’organizzazione amministrativa degli uffici giudiziari.

La vicenda ruota attorno all’Ufficio per il processo, la struttura nata con il Pnrr per affiancare i magistrati nello smaltimento dell’arretrato. Dopo la stabilizzazione, dall’inizio del mese, degli oltre dodicimila addetti assunti a termine, il governo è intervenuto con un decreto legge che ha modificato la disciplina del loro impiego. Una scelta contestata dalle organizzazioni sindacali, secondo cui il legislatore è intervenuto su aspetti che poche settimane prima erano stati disciplinati dal contratto integrativo sottoscritto ad aprile. Le sigle avevano allora chiesto un confronto con il ministro Carlo Nordio, ottenendo l’impegno a correggere il testo durante la conversione del decreto. In Senato è così arrivato un emendamento che ripristina almeno in parte il rinvio alla contrattazione collettiva e riafferma il carattere residuale delle attività di cancelleria affidabili agli addetti dell’Ufficio per il processo. Per i sindacati rappresenta un passo avanti, ma non sufficiente, perché la disciplina continua comunque a essere fissata dalla legge anziché dal contratto.

Mentre il Parlamento discuteva la norma, è però intervenuto anche il Csm che, il mese scorso, ha approvato le nuove linee guida sull’Ufficio per il processo, indicando che il personale stabilizzato deve essere destinato prevalentemente alle attività di supporto ai magistrati e che l’impiego nelle attività amministrative deve restare contenuto entro un limite del 30 per cento. Pochi giorni dopo la Settima Commissione del Csm ha inoltre chiesto ai presidenti dei tribunali di comunicare i provvedimenti adottati dai dirigenti amministrativi per verificarne la conformità alle linee guida. È questo il passaggio che ha fatto esplodere la protesta.

Nel documento con cui proclamano lo stato di agitazione, i sindacati sostengono che il Csm abbia oltrepassato i confini delle proprie attribuzioni. L’organizzazione del personale amministrativo, ricordano, appartiene al Ministero della giustizia, ai dirigenti amministrativi e alla contrattazione collettiva. Non al governo autonomo della magistratura. Tanto che le stesse organizzazioni hanno chiesto esplicitamente al Guardasigilli di esercitare le proprie prerogative istituzionali per tutelare l’autonomia gestionale dell’amministrazione. La vicenda, tuttavia, non riguarda soltanto un conflitto tra organi dello Stato. Sullo sfondo c’è un problema che negli uffici giudiziari viene denunciato da anni: la cronica carenza di personale nelle cancellerie.

Negli ultimi anni molti dirigenti, per garantire il funzionamento degli uffici, hanno utilizzato parte degli addetti all’Ufficio per il processo anche nello svolgimento di attività amministrative. Una scelta dettata dalla necessità organizzativa determinata dalle scoperture di organico. Cancellerie, segreterie e uffici amministrativi hanno allora continuato a funzionare grazie a un equilibrio spesso precario, costruito adattando il personale disponibile alle esigenze quotidiane. Le linee guida del Csm puntano invece a riportare gli addetti dell’Ufficio per il processo alla loro funzione originaria: lavorare a stretto contatto con il magistrato. Una scelta coerente con gli obiettivi per cui la struttura è stata istituita e finanziata con le risorse del Pnrr ma che si scontra con la realtà.

Se gli addetti all’Ufficio per il processo non potranno più essere impiegati, se non in misura marginale, nelle attività amministrative, chi svolgerà quel lavoro? La risposta, nella pratica quotidiana degli uffici, è una sola: i cancellieri e il restante personale amministrativo, già da anni alle prese con organici ridotti, pensionamenti e carichi di lavoro crescenti. Per questo la protesta assume un significato che va oltre la semplice vertenza sindacale. Non viene contestata l’importanza dell’Ufficio per il processo, né la necessità che continui a sostenere l’attività dei magistrati. Ciò che viene denunciato è il rischio che la tutela di quella struttura finisca per accentuare le difficoltà delle cancellerie, senza affrontare il problema strutturale della carenza di personale amministrativo.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere