Iran
Usa-Iran, il cessate il fuoco basta? La lezione degli anni Trenta
Dopo mesi di guerra, Washington e Teheran sembrano aver finalmente imboccato la strada della diplomazia. Sappiamo che il memorandum d’intesa firmato il 17 giugno prevede un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz e sessanta giorni di negoziati destinati a definire un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano. Non si tratta certo di un accordo di pace, ma solo di un elenco di punti da discutere nei prossimi due mesi: il documento è ancora un libro con una incoraggiante prefazione, un promettente sommario … e tutte le altre pagine vuote.
Le preoccupazioni di Israele
Il rischio è che Washington stia confondendo una pausa operativa con una soluzione strategica. Per questo, gli appassionati di storia non possono che evidenziare sempre più forti parallelismi con la disastrosa politica di “appeasement” degli anni Trenta. Si tratta di una delle pagine più discusse della diplomazia del Novecento. Dopo la carneficina della Prima guerra mondiale, le democrazie europee erano profondamente riluttanti a tornare a combattere. La crisi economica del 1929, il diffuso pacifismo dell’opinione pubblica e la convinzione che alcune rivendicazioni tedesche fossero, almeno in parte, giustificate, spinsero soprattutto Regno Unito e Francia a privilegiare la trattativa rispetto al confronto. Il principale interprete di questa strategia fu il primo ministro britannico Neville Chamberlain, convinto che concedere limitate revisioni dell’assetto territoriale imposto dal Trattato di Versailles avrebbe soddisfatto Adolf Hitler e preservato la pace europea. Così, dopo aver inghiottito la rimilitarizzazione della Renania nel 1936, l’Anschluss con l’Austria nel marzo 1938, Londra e Parigi accettarono – alla Conferenza di Monaco del settembre dello stesso anno – l’annessione dei Sudeti alla Germania in cambio della solenne promessa che non vi sarebbero state ulteriori rivendicazioni territoriali. Come 90 anni fa – e come abbiamo più volte previsto proprio qui – il regime iraniano è militarmente indebolito ma non privato delle proprie capacità militari. Inoltre, gode di un consenso interno enormemente più alto rispetto al gennaio di quest’anno, dove le manifestazioni di piazza soffocate nel sangue avevano spinto molti analisti a pronosticare la rapida fine del regime.
Il dilemma di Washington
Il vero nodo è politico. Gli interessi di tutti gli attori interessati non coincidono. Per gli USA, la priorità è impedire che la guerra si allarghi, destabilizzi il Golfo Persico e produca una nuova crisi energetica mondiale. Per Israele, l’obiettivo rimane eliminare in modo permanente la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran e dai suoi proxies regionali. Per gli Ayatollah, l’obiettivo è prendere tempo e rimettersi in piedi per poter ricominciare a piena potenza il proprio mai rinnegato programma di eliminazione dell’”entità sionista”, per Trump è contenere la prevedibile ed imminente disfatta elettorale.
La lezione della storia
La storia insegna che gli accordi funzionano quando sono accompagnati da efficaci meccanismi di verifica e da un equilibrio di deterrenza credibile. Nel caso iraniano entrambe le condizioni restano fragili. Dopo il ritiro statunitense dal JCPOA nel 2018 e anni di reciproche violazioni, la fiducia tra le parti è praticamente inesistente. Lunedì scorso, due giorni prima di firmare il memorandum d’intesa con l’Iran, Trump ha proclamato che “Questo grande accordo porterà pace e sicurezza all’intera regione”. Affermare di star stringendo la pace con un regime tirannico determinato a distruggere un alleato vulnerabile, escludendolo dai negoziati, minando la sua capacità di difendersi e imponendogli di fare ciò che gli viene detto, affermando di sapere cosa sia meglio per lui, mostra delle terribili analogie con la Storia.
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