Le difficoltà del tycoon
Guerra all’Iran, stop dal Senato a Trump che cala ancora nei sondaggi
Per Donald Trump si è trattato di uno stop pesante. Il Senato, con 50 voti a favore e 48 contrari, ha infatti approvato una risoluzione che limita i poteri di guerra del presidente con l’Iran e in cui si chiede di fermare il conflitto o di ricevere un’esplicita autorizzazione del Congresso. E anche se non è vincolante, per il tycoon è un segnale da non sottovalutare. Dopo che già la Camera aveva dato il via libera a una risoluzione identica, per Trump si è aperto anche il fronte del Senato, dove teoricamente il presidente ha la maggioranza. Il problema però è che quattro senatori repubblicani hanno scelto di votare insieme ai democratici. Altri due senatori del Gran Old Party non hanno votato. E così, per la prima volta da questo mandato, entrambe le Camere hanno approvato una risoluzione contraria all’agenda della Casa Bianca.
Il commento di The Donald non poteva che essere negativo. Sul social Truth, ha affermato che si tratta di una scelta “inopportuna” che rischia di rendere ancora più difficile il suo lavoro. “Ho l’Iran alle corde, pronto a crollare… e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in un momento inopportuno e senza senso sulla legge sui poteri di guerra”, ha commentato il presidente Usa, che ha puntato il dito contro i repubblicani che gli hanno voltato le spalle.
“Questi senatori mi hanno appena reso il lavoro più difficile, ma lo farò, in un modo o nell’altro, perché lo faccio sempre!”, ha affermato. Il punto però è che Trump sa che queste due risoluzioni rappresentano dei campanelli d’allarme. Il tycoon non è riuscito a convincere il suo partito sulla guerra. Molti repubblicani sono preoccupati (insieme ai democratici) di un coinvolgimento diretto di Washington senza alcun mandato del Congresso. Altri sono preoccupati dei costi del conflitto. Altri, al contrario, sono profondamente critici per un memorandum d’intesa che sembra molto più vicino alle richieste dell’Iran rispetto a quelle dell’alleato israeliano. E questa rigidità da parte della politica Usa arriva proprio mentre il capo del Pentagono, Pete Hegseth, sta cercando di strappare al Senato un ulteriore stanziamento di 80 miliardi di dollari proprio per i costi legati all’operazione “Epic Fury”.
Una situazione difficile, che si unisce non solo a un costante calo nei sondaggi politici in vista delle elezioni di medio termine, ma anche a un negoziato che convince poco sia Israele che gli alleati del Golfo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito durante il suo tour nella regione che la Repubblica islamica non avrà alcun potere né diritto di imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz. Sul punto, è stato netto anche Trump, che ha dichiarato che non c’è “alcun pedaggio, alcun costo di assicurazione e alcun altro costo di alcun tipo”. Anche il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, in un’intervista al Financial Times ha chiarito che nessuno può accettare che “la nostra porta d’accesso al mondo sia controllata”. L’Oman, intanto, ha annunciato l’apertura di un corridoio marittimo temporaneo in coordinamento con l’Organizzazione marittima internazionale. E anche questo tema, per Trump, è essenziale sul piano elettorale. Il blocco di Hormuz ha provocato l’aumento del prezzo dei carburanti anche in America. Ieri, il presidente Usa ha accusato le compagnie di petrolio di non abbassare il costo della benzina e del gasolio nonostante il “crollo” che ha promesso con l’accordo con Teheran. E questo, per la Casa Bianca, è un ulteriore problema.
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