Il piano cinese in dodici punti per metter fine al conflitto russo-ucraino è stata la proposta più seria e credibile tra tutte quelle messe a punto in questi oltre quattro anni di cruento stallo delle attività belliche. Dodici punti dei quali due sono dirimenti, gli altri dieci di cornice, scontati.

Punto uno, quello dove in genere si va al nocciolo delle questioni: “La sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i paesi devono essere efficacemente sostenute”. Più chiaro di così! La Russia si ritiri dai territori occupati. Punto due, l’alt alla Nato: “La sicurezza di una regione non dovrebbe essere raggiunta rafforzando o espandendo i blocchi militari”, ed ancora “Tutte le parti dovrebbero opporsi al perseguimento della propria sicurezza a scapito della sicurezza altrui”. In altre parole, critiche neanche troppo implicite al processo di espansione della Nato ai confini della Russia o all’interno di quello che Putin continua a considerare il cortile di casa. Dopo l’annessione della Crimea Stati Uniti e Gran Bretagna dettero avvio ad un processo di preparazione dell’esercito ucraino, per portarlo progressivamente agli standard Nato; in termini tecnici un MAP (Membership Action Plan) mascherato, non ufficiale, quasi certamente propedeutico ad un ingresso dell’Ucraina nella Nato quando fossero cadute le riserve di un paio di paesi membri, contrari.

Tutto questo da rapportare al fatto che, più di una volta Putin aveva dichiarato di percepire l’espansione della Nato alle sue porte come una minaccia alla sua sicurezza; e quindi il pericolo che Kiev divenisse il caposaldo più solido della Nato ha determinato l’invasione. Se questa valutazione ha un senso, la formale rinuncia della Nato ad espandersi ulteriormente dovrebbe soddisfare le aspettative di Mosca e cogliere la volontà di Putin di risolvere il problema ucraino “dalle radici”, come egli ha più volte ripetuto.

Manca però nel testo di Pechino la parte sulla protezione delle comunità russofone del Donbass, altrimenti esposte a prevedibili vendette e rappresaglie. È ragionevole quindi pensare che l’introduzione di un tredicesimo punto, volto ad individuare uno status del Donbass di sostanziale autonomia, a tutela dei diritti, della storia e delle radici delle minoranze russe o russofile, avrebbe potuto rappresentare un’eccellente piattaforma a cui incardinare i negoziati. Peccato che all’epoca alla proposta cinese non sia stata riservata l’attenzione dovuta. Sia la Nato, a trazione statunitense come non mai ed in clamoroso tradimento dei suoi principi fondanti, sia il suo azionista di maggioranza, gli USA, hanno accantonato con troppa ed irresponsabile fretta la proposta di Pechino. Oggi quella proposta è ancora più valida. La Cina mantiene ancora più salde nelle sue mani le capacità di persuasione del suo junior partner, la Russia. Pechino inoltre è l’ultimo grande attore globale non “corrotto” dalle rissose quotidianità, la sua credibilità è solida quanto basta per guidare un processo negoziale.

Fermare l’espansione della Nato significa in primis onorare un impegno preso a suo tempo dagli Stati Uniti a non allargare “di un solo pollice” i propri confini. Né Trump potrebbe oggi, avuto pure riguardo alle sue bizzarrie, apprestarsi a depotenziare il fianco est dell’Alleanza e continuare a consentirne l’espansione. Altre soluzioni non se ne vedono. Nella migliore delle ipotesi si potrebbe pensare ad un congelamento di fatto dei confini controllati sul terreno e ad un percorso carsico della controversia pronta a riemergere in ogni momento. Se qualcuno poi ha in mente vie di uscita migliori, si faccia avanti.