Benvenga il proporzionale, che il maggioritario non funziona per la politica. La legge elettorale continua a essere l’argomento in voga nei salotti politici di tutta Italia. Tra un G7 e un Consiglio Europeo, Meloni cerca la quadra con gli alleati che, per paura di perdere la poltrona, le hanno bocciato un vero ballottaggio. Intanto la fiammetta di Vannacci prende forza nei sondaggi, al centro stanno cominciando a vedere da che parte stare e il campo largo deve ancora trovare un accordo sul leader, ammesso che si possa trovare. Parla Roberto D’Alimonte.

Professore, c’è chi sostiene che Giorgia Meloni potrebbe addirittura valutare un ritorno al proporzionale per arginare la crescita di Roberto Vannacci. È uno scenario credibile?
«Non credo. E soprattutto non vedo perché dovrebbe farlo. Il proporzionale non arginerebbe Vannacci. I voti li prenderebbe comunque, anzi, potrebbe persino prenderne di più. Con un sistema proporzionale tutti i voti sono utili e viene meno qualsiasi ragionamento sul voto strategico».

Perché il sistema che si sta delineando potrebbe invece rappresentare un ostacolo per lui?
«Perché se Vannacci resta fuori dalla coalizione di centrodestra, Meloni, Salvini e Tajani possono dire agli elettori: se votate lui fate vincere Schlein o Conte. È l’argomento del voto utile. Non so quanti ne saranno influenzati, ma il meccanismo esiste. Con il proporzionale questo argomento scompare».

Quindi il fattore Vannacci rischia di essere decisivo da qui al 2027?
«Assolutamente sì. Se davvero vale il 5 o il 6 per cento, come indicano alcuni sondaggi, è già una variabile determinante. C’è anche chi gli attribuisce percentuali più elevate. Per il centrodestra una quota di consenso del genere può fare la differenza».

Lei definisce questa legge elettorale un sistema «a due facce». Che cosa intende?
«È un sistema che può funzionare come maggioritario oppure come proporzionale. Se una coalizione raggiunge il 42 per cento ottiene il premio di maggioranza. Se nessuno arriva a quella soglia, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. È questo l’aspetto più interessante».

Quali condizioni potrebbero far saltare il meccanismo maggioritario?
«La presenza di forze politiche abbastanza forti fuori dalle due coalizioni principali. Se una quota significativa di voti si concentra altrove, nessuno raggiunge il 42 per cento e il sistema torna automaticamente a funzionare come un proporzionale».

E Vannacci potrebbe essere proprio l’elemento in grado di provocare questo effetto?
«Sì. Se restasse fuori dal centrodestra e ottenesse un risultato importante, potrebbe contribuire a impedire il raggiungimento della soglia necessaria per il premio di maggioranza. In quel caso avrebbe un impatto enorme sugli equilibri politici».

L’unico scenario possibile è quello di Vannacci oppure esistono altre variabili?
«Ce n’è almeno un’altra. Oggi appare più lontana, ma in prospettiva potrebbe essere persino più interessante: una Forza Italia che si sgancia dal centrodestra e diventa il perno di un’area moderata e centrista. Non credo che possa accadere nell’immediato, ma teoricamente è una possibilità».

Che conseguenze avrebbe una scelta del genere?
«Se attorno a Forza Italia si aggregasse una forza sufficientemente ampia, anche in quel caso il sistema maggioritario potrebbe saltare. Forza Italia diventerebbe il perno indispensabile per qualunque maggioranza di governo».

Guardando invece al centrosinistra, vede margini per competere davvero con il centrodestra?
«I numeri ci sono. Oggi, sulla base dei sondaggi, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle possono collocarsi attorno al 40 per cento. Non sono lontani dalla soglia che potrebbe consentire loro di vincere».

Che cosa manca allora al campo largo?
«Manca la parte più difficile. Devono trovare un programma comune, un candidato condiviso e decidere come affrontare la questione delle primarie. Finché questi nodi restano aperti, è impossibile capire quale sarà la reale competitività della coalizione».

Le primarie possono diventare un problema?
«Possono esserlo se si trasformano in uno scontro distruttivo. Se Schlein e Conte passano mesi a combattersi, poi diventa difficile chiedere agli elettori dell’uno di votare l’altro. La costruzione del campo largo passa inevitabilmente da qui».

Se si votasse domani, quale scenario si aspetterebbe?
«Nessuna previsione definitiva. Ci sono troppe variabili aperte: il ruolo di Vannacci, il futuro di Forza Italia, le scelte del centrosinistra. Oggi possiamo soltanto dire che, stando ai sondaggi, le due coalizioni principali si equivalgono. Per il resto, la partita è ancora tutta da giocare».