Doveva essere la riforma della stabilità. Sta diventando la riforma dei ripensamenti. Mentre la Commissione Affari costituzionali della Camera prosegue l’esame del cosiddetto Melonellum, dentro la maggioranza si moltiplicano i segnali di insofferenza. Non tanto sull’obiettivo politico – garantire la governabilità e rafforzare il bipolarismo – quanto sugli strumenti scelti per raggiungerlo.

L’ultimo elemento di tensione riguarda le preferenze. Un tema che sembrava chiuso nell’accordo raggiunto tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia e che invece Giovanni Donzelli ha deciso di riaprire. «Quando arriverà la legge elettorale in Aula noi presenteremo l’emendamento per le preferenze. Stiamo lavorando, auspichiamo di trovare un emendamento che possa trovare il consenso di tutto il centrodestra, altrimenti chiederemo all’Aula cosa ne pensa», ha annunciato il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. Parole che hanno immediatamente provocato una reazione nel partito più diffidente verso modifiche dell’ultima ora. Antonio Tajani ha ricordato che «nell’accordo raggiunto dal centrodestra non ci sono le preferenze». E ha aggiunto: «Io non le temo, però il testo presentato dalle forze di centrodestra non le prevede». Tradotto: Forza Italia non intende riaprire un’intesa già raggiunta. Si apre una crepa. Perché sempre dentro Forza Italia, il vicepresidente del PPE Massimiliano Salini esprime un parere differente: «Trovo veramente fuori luogo opporsi alle preferenze», ha detto. Ma soprattutto punta il dito contro il cuore della riforma: il listone nazionale utilizzato per attribuire il premio di maggioranza. «Ho molte perplessità. Sono molto perplesso soprattutto per il listone che verrebbe fatto per garantire il premio di maggioranza. Si garantisce la gente messa nei listoni e si tolgono gli eletti sul territorio». È una critica politica prima ancora che tecnica. E colpisce esattamente uno degli elementi più controversi del progetto elaborato dalla ministra per le Riforme Maria Elisabetta Casellati. Casellati continua a difendere l’impianto. «La legge elettorale che stiamo elaborando oggi alla Camera è stata costruita dentro il perimetro della Costituzione e delle sentenze della Corte costituzionale, proprio perché la Costituzione va rispettata», ha rivendicato.

Il Premio di maggioranza e il ballottaggio

Ma proprio sul terreno della tenuta costituzionale e dell’efficacia politica sono arrivati ieri i rilievi più severi. Audito dalla Commissione Affari costituzionali, Roberto D’Alimonte, professore della Luiss e tra i maggiori studiosi italiani di sistemi elettorali, ha definito la proposta «un passo avanti rispetto all’attuale legge», ma non la migliore soluzione possibile. Le sue critiche riguardano due punti decisivi. Il primo è il premio di maggioranza. Essendo fissato in un numero rigido di seggi e non in una percentuale, rischia di produrre effetti opposti: troppo basso in alcuni casi, eccessivo in altri. Una coalizione potrebbe non raggiungere la maggioranza assoluta pur ottenendo il premio. Oppure arrivare a sfiorare il 60 per cento dei seggi. Il secondo punto è il ballottaggio. D’Alimonte lo definisce «creativo». Il rischio è che una coalizione arrivata al 37 o 38 per cento possa vincere il secondo turno senza ottenere una maggioranza parlamentare effettiva.

Il rischio del proporzionale

Ma c’è un altro ragionamento che circola tra i tecnici della riforma e che D’Alimonte ha richiamato durante la sua audizione. È il rischio che il Melonellum finisca per produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. La legge nasce per rafforzare il bipolarismo. Ma se nessuna coalizione raggiungesse la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, il sistema si trasformerebbe di fatto in un proporzionale. Non servirebbero numeri impossibili. Basterebbe che circa il 15 per cento dell’elettorato si collocasse fuori dai due poli principali. Uno scenario che oggi non appare affatto irrealistico. C’è Roberto Vannacci, che continua a crescere nei sondaggi con Futuro Nazionale. C’è un’area centrista e liberal-democratica che, se trovasse una sintesi tra le diverse iniziative oggi in campo, potrebbe conquistare una quota significativa di consenso. E c’è uno spazio alla sinistra del Pd che potrebbe essere occupato da nuove formazioni radicali o populiste. Per esempio da Alessandro Di Battista, che ha preannunciato per settembre il suo lancio per le Politiche. Se questi soggetti arrivassero complessivamente intorno al 15 per cento, il bipolarismo immaginato dagli estensori della riforma rischierebbe di implodere. Niente vincitore certo. Niente maggioranza automatica. Niente investitura diretta del premier. A quel punto il Parlamento tornerebbe al centro della scena e la formazione del governo dipenderebbe dagli accordi successivi al voto. È qui che il quadro politico cambia completamente. Perché il soggetto decisivo potrebbe non essere né Giorgia MeloniElly Schlein. Potrebbe essere invece un polo liberale, riformista ed europeista capace di raccogliere i consensi oggi dispersi tra Carlo Calenda, Luigi Marattin, Pina Picierno e altri protagonisti dell’area centrista.

Il fattore Vannacci

Un paradosso che diversi parlamentari della maggioranza stanno iniziando a valutare con attenzione: una legge concepita per blindare il bipolarismo potrebbe finire per restituire al centro il ruolo di arbitro della legislatura. E qui entra in gioco anche il fattore Vannacci. Quando la riforma fu concepita, il ragionamento del centrodestra era semplice: rafforzare il sistema maggioritario e consolidare la leadership di Giorgia Meloni. Oggi il quadro è cambiato. La crescita di Futuro Nazionale e l’erosione di consensi alla Lega stanno modificando tutti i calcoli. Più sale, nei sondaggi, Vannacci, più aumenta il rischio che il Melonellum venga corretto, rinviato o profondamente ridimensionato prima ancora di arrivare al voto finale.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.