"E' arrivata a fine legislatura con un consenso pressoché immutato"
Brunetti: “Meloni più forte dopo la lite con Trump. Vannacci? Il vero asset della premier è l’assenza di un leader avversario riconoscibile”
Il fondatore di Spin Factor: “Giorgia decide in fretta come posizionarsi e comunica in modo netto. I moderati sono l’attenuatore dentro le coalizioni perché rassicurano chi non ama gli estremismi”
Allargare il perimetro della coalizione a Roberto Vannacci o scommettere sul centro? Giorgia Meloni è a un bivio, e la scelta sarà cruciale per le prossime elezioni politiche. Di certo la presidente del Consiglio – come fa notare Tiberio Brunetti, fondatore di Spin Factor – può vantare «un consenso pressoché immutato rispetto all’insediamento». Anzi, il botta e risposta con Donald Trump le ha fatto incassare ancora più apprezzamenti.
Le risposte a muso duro contro Trump hanno prodotto un vantaggio di consensi per Meloni?
«Sì, e lo dicono i dati. Con Human, la nostra piattaforma di social listening potenziata dall’AI, abbiamo misurato un orientamento negativo verso Trump, dopo la polemica con Meloni, pari all’82% delle conversazioni online. La presidente del Consiglio, quando il quadro si fa complesso, decide in fretta come posizionarsi e comunica in modo netto. Lo ha fatto in passato e lo ha rifatto con il capo della Casa Bianca, affrontandolo a viso aperto non una, ma due volte nel giro di poche ore. Ha tirato la leva dell’orgoglio nazionale, ha tenuto la testa alta e così, da un lato, ha ribadito la propria centralità, dall’altro ha oscurato le discussioni di politica interna, da Vannacci in giù. Soprattutto si è scrollata di dosso l’etichetta più scomoda: la subalternità a un Trump in crisi di consensi che rischiava di trascinarla con sé».
Smarcarsi era necessario, anche perché Vannacci intimorisce il centrodestra. Come cambierà la comunicazione della presidente del Consiglio in questa fase finale della legislatura?
«Meloni è arrivata a fine legislatura con un consenso pressoché immutato rispetto all’insediamento: una rarità. Per questo il punto non è la sua comunicazione, che funziona benissimo e non teme Vannacci, quanto la capacità di portare a casa, in questi mesi, provvedimenti percepiti come davvero incisivi nella vita quotidiana degli italiani. È su quello che si voterà nel 2027. Serve dare una missione al tempo che ci separa dal voto: altrimenti il rischio è restare invischiati nei soliti tatticismi pre-elettorali. Roba da Prima Repubblica».
Alla maggioranza conviene avere Futuro Nazionale dentro o fuori la coalizione?
«Vince sempre chi appare più coeso, chi dà l’idea di poter governare senza litigare. E oggi il centrodestra un vantaggio ce l’ha: un leader unico e una coalizione omogenea. Poi viene il nodo vero: allargarsi al centro o a destra. Due le domande da porsi: con chi si governa meglio? E con chi si costruisce un progetto credibile, capace di restare maggioranza in Italia e diventare un modello persino per l’Europa? È una fase magmatica, e anche l’esito della discussione sulla legge elettorale peserà parecchio».
Il campo largo sembra più competitivo rispetto al 2022…
«Dipende da come si arriverà in prossimità del voto. Oggi il dibattito polarizza maggiore attenzione, sul piano partitico, verso il centrodestra. Un esempio: nelle scorse settimane sono nati Progetto Civico e si è tenuta l’assemblea di Futuro Nazionale: la scena è stata tutta di Vannacci. Il nodo del campo largo è sempre lo stesso: la sintesi di programma e leader. Qual è il volto che si contrappone a Meloni? E su quali temi? Ad oggi uno dei principali asset del consenso della premier è proprio l’assenza di un leader avversario riconoscibile».
Però senza i centristi non si vince. Che peso avranno i riformisti alle prossime elezioni?
«Decisivo, perché il centro è l’attenuatore delle posizioni radicali dentro le coalizioni, rassicura chi non ama gli estremismi. La differenza è tutta qui: nel centrodestra quell’area è presidiata, ha un proprietario, e si chiama Forza Italia; nel campo largo la trazione, oggi, è spostata a sinistra. Lo racconta plasticamente la foto al ristorante dei leader di Pd, Cinque Stelle e Avs. Senza un baricentro riformista credibile, l’alternativa rischia di restare un’alleanza fotografica: buona per un’istantanea, non per governare».
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