A Otto e mezzo è andata in scena la rappresentazione del senso di colpa e della vergogna di essere ebrei. Omer Barton è professore universitario presso la Brown University di studi sul genocidio e l’olocausto. Qualche sera fa nel programma Otto e mezzo, l’espatriato israeliano per cui a Gaza si è perpetrato un genocidio, ha allargato la definizione del termine: il genocidio diviene un “evento sociale”.

Che il termine genocidio sia ancora in fase di analisi da parte della Corte Penale internazionale che non ha prove per sostenerlo, è un fatto. Che siano state già tirate le conclusioni e che risponda ai requisiti precisi che la parola richiede è un falso. Se si pensa che anche per la ex Jugoslavia il termine è stato applicato solo al caso di Srebrenica e non a tutte le azioni dell’esercito serbo si può capire la complessità dell’analisi di tale fenomeno.

Genocidio è una parola più psicologicamente carica di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – di cui Netanyahu è accusato come individuo non Israele come Stato – ed è una parola che serve a smuovere le coscienze, o meglio, la pancia di chi non maneggia la materia ed è vittima della propaganda palestinista. Gli “storici” che si prestano a fare da commentatori politico-carismatici legittimano quotidianamente un patetico giochino psicologico agli occhi dell’opinione pubblica, sono degli pseudoscienziati che cercano l’approvazione dei pro-Pal per non essere tagliati fuori dai circoli culturali.

Tuttavia nel caso di Barton, che insegna in una università statunitense finanziata dal Qatar e che non ama i contraddittori, è opportuno considerare e ragionare su una dimensione più psicologica, al di là della condanna del concetto di responsabilità collettiva e affrontare il tema del senso di colpa e della vergogna di essere ebrei, spesso analizzato in ambito sociologico e psicologico sotto la definizione controversa di “auto-odio ebraico”, una delle piaghe esistenziali e filosofiche più dolorose del Novecento. Non si tratta di un semplice disagio, ma di una vera e propria condizione ontologica, in cui l’individuo interiorizza lo sguardo ostile del mondo esterno (l’antisemitismo) e lo trasforma in un’accusa contro sé stesso. Sartre, in Riflessioni sulla questione ebraica (1946) ha firmato una delle analisi più acute sull’antisemitismo, coniando il concetto di “ebreo inautentico”. Secondo Sartre, l’ebreo inautentico è colui che cerca di fuggire dalla propria condizione per sottrarsi al disprezzo sociale, finendo per guardarsi con gli occhi dell’antisemita.

In letteratura e psicoanalisi, il senso di colpa si intreccia con il conflitto familiare, l’assimilazione culturale e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la drammatica colpa del sopravvissuto. Theodor Lessing in L’auto-odio ebraico (1930) ha formalizzato il concetto: È il destino tragico di un popolo che ha interiorizzato le calunnie dei suoi persecutori fino a indirizzare il veleno dell’odio contro il proprio stesso sangue.
Fondamentale risulta poi la tesi centrale di Gilman per cui l’auto-odio ebraico non è una patologia innata o una debolezza caratteriale, ma il prodotto diretto e inevitabile di una struttura di potere asimmetrica. In sostanza, è la reazione psicologica di una minoranza che, per sopravvivere o integrarsi, interiorizza i criteri di giudizio della maggioranza che la opprime. Ecco, il prof. Barton è vittima di quella struttura di potere, e ricorda Kafka di Lettere al padre (1919) pressato da un senso di colpa metafisico e ingiustificato, che riflette perfettamente la condizione dell’ebreo assimilato sospeso tra un passato religioso che non gli appartiene più e un presente che lo rifiuta. Lo studio della storia esige rigore e rispetto dei fatti, non l’adesione passionale alla cronaca e la ricerca del consenso.