La strategia dello zar
Israele-Ucraina, litigi sul grano: così è Putin a guadagnarci
Navi della flotta ombra di Putin hanno attraccato nello Stato ebraico per rivendere le merci ucraine. Nemico comune per Kyiv e Tel Aviv, Mosca vuole generare frizioni
Due amici hanno un nemico comune, ma quest’ultimo cerca di farli litigare. È una trappola e per uscirne di bisogna muoversi con cautela. La vicenda del grano ucraino, giunto via mare in Israele, rischia di creare frizioni tra due Paesi a cui tutto conviene fuorché trovarsi su posizioni contrapposte. Si tratta di lotti di grano ucraino, mischiato a quello russo, salpati verso Israele dai porti del Mar Nero temporaneamente occupati dalla Russia. Nelle ultime due settimane, nave “Abinsk” e nave Panormitis” hanno attraccato ad Haifa con queste derrate. Le due imbarcazioni sono state classificate come parte della flotta ombra di Mosca. Kyiv ne ha denunciato il caso come una violazione del diritto internazionale e della sua sovranità. Il suo ministro degli esteri, Andrii Sybiha, ha scritto su X chiedendo “l’assistenza legale internazionale di Israele”.
All’atto pratico, si dovrebbe sequestrare il mercantile, prelevare campioni di grano e interrogare l’equipaggio. Si attende la risposta del governo Netanyahu. Il ministro degli esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha detto che i controlli sulle derrate sono in corso d’opera e ha poi preso le distanze dalla “Twitter diplomacy” del suo omologo ucraino. Una posizione ferma, quella di Sa’ar, ma non per forza ostile. Sul “Times of Israel”, il politologo ucraino, Vitaly Portnikov, sostiene che, da tempo, l’Ucraina denuncia casi di questo genere e ha le prove di altre partite di cereali vendute di contrabbando in molti porti del Mediterraneo.
In questo stesso momento, una nave della flotta ombra russa si sta avvicinando all’Egitto e un’altra all’Algeria. Del resto, visto che i porti di partenza sono sotto il controllo di Mosca, è abbastanza ovvio che il “blend” venga effettuato da soggetti compiacenti. Come detto, a nessuno dei due governi torna comoda una crisi diplomatica. Sono entrambi in guerra, ciascuno con le proprie impasse e difficoltà operative. Entrambi hanno problemi (inaccettabili) di immagine di fronte all’opinione pubblica occidentale.
Sprecare risorse quando si è dalla stessa parte vuol dire fare il gioco del nemico. Che, per Israele e Ucraina, è appunto lo stesso nemico: l’asse Teheran-Mosca. La recente visita del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, a San Pietroburgo, dove ha incontrato Putin in persona, è la conferma di un’evidenza nota da decenni, ma che ultimamente si tende a sottostimare. Il Cremlino assiste da sempre gli Ayatollah nel loro programma nucleare. Questi ultimi ricambiano con la fornitura di droni dispiegati sul fronte ucraino.
Certo, la presenza di 2 milioni di russi in Israele mette Netanyahu nella posizione di dover fare i conti con il proprio elettorato. Tuttavia, Bibi ha dimostrato di saper fare scelte impopolari, che antepongono la sopravvivenza di Israele al consenso personale. Viene allora da chiedersi se non sia proprio Putin a tessere per rovinare i rapporti tra i due governi. La sua flotta ombra ha la doppia funzione sia di aggirare le sanzioni dei Volenterosi, sia di operare come un “proxy mobile” con cui Putin cerca di ingraziarsi il mondo arabo-mediorientale ora che ne è stato estromesso dal Mediterraneo. La caduta del regime di Assad, nel 2024, ha bloccato la flotta di Mosca che aveva facile approdo in Siria fin dai tempi dell’Unione Sovietica.
Infine un elemento poco noto. Dal 2015, il porto di Haifa è in gestione allo Shanghai International Port Group. Lo stesso che controlla il Pireo in Grecia, ha partecipazioni in terminal di Francia e Belgio e ha provato a entrare a Trieste. La Cina investe in Israele. Questo non piace a Washington. Può essere anch’esso un incentivo per Netanyahu a collaborare con Kyiv?
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