"Europa irrilevante"
Rampini, le guerre e il suo ‘pane e cannoni’: “La globalizzazione non è deceduta di morte naturale, è stata uccisa da un piano di conquista cinese”
“Israele è meno solo mentre Netanyahu perde i paesi Ue riallaccia i rapporti con il mondo arabo”
Giornalista, analista ed autore di saggi di successo, Federico Rampini torna in libreria con “Pane e cannoni”, edito da Mondadori per la collana Strade Blu.
In questo suo ultimo lavoro racconti un mondo in cui mercato e guerra parlano ormai la stessa lingua: quando è finita davvero l’illusione della globalizzazione felice?
«La prima crisi grave della globalizzazione fu il 2007-2008. Siamo soliti chiamarla crisi dei mutui subprime, dimentichiamo che era stata preceduta da un’iperinflazione delle materie prime (il barile di petrolio a 150 dollari!) causata dal boom della Cina. Quando fallì Lehman Brothers e Wall Street scivolò nel panico, i governanti di Pechino cominciarono a teorizzare apertamente il declino terminale del capitalismo americano, e invocarono la fine della centralità del dollaro. Salto avanti di sette anni ed ecco che nel 2015 Xi Jinping lancia il suo piano Made in China 2025. Pochi lo capirono all’epoca, quello era un progetto per la distruzione sistematica dell’industria occidentale. Brexit e la prima vittoria di Trump l’anno dopo furono epifenomeni di un Occidente che cominciava a rivoltarsi contro il pensiero unico delle frontiere aperte. Sul finire della seconda presidenza Obama perfino i democratici Usa abbandonavano il loro ottimismo sulla relazione con la Cina. La globalizzazione non è deceduta di morte naturale, è stata uccisa da un piano di conquista cinese che prometteva squilibri insostenibili».
Donald Trump ha capito prima di altri che dazi, sanzioni e politica industriale sarebbero diventati armi geopolitiche, oppure ha semplicemente accelerato una tendenza già in corso?
«Trump non ha capito prima, ha solo avuto l’incoscienza di urlare ad alta voce quel che molti sussurravano, perfino in settori dell’establishment americano. Per reagire alla sfida cinese bisognava copiare la Cina: che ha sempre usato dazi, sanzioni, sussidi, politica industriale, svalutazioni competitive. Pechino a sua volta aveva studiato i modelli di altri dragoni asiatici: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore. E questi ultimi avevano replicato politiche industriali americane degli anni Trenta o della seconda guerra mondiale. Imitazione, emulazione, sono più frequenti dell’invenzione pura».
Lei parla delle «guerre di Trump»: sono conflitti commerciali negoziabili o il segnale di una nuova America più muscolare e meno multilaterale?
«Trump era un ragazzo quando Richard Nixon distruggeva l’ordine monetario di Bretton Woods con l’inconvertibilità del dollaro, aprendo un periodo di caos valutario che era un assalto frontale a Germania e Giappone. L’America di Reagan fu anch’essa molto muscolare e poco multilaterale. Sono i due modelli di questo presidente. Peccato che lui sia palesemente al di sotto degli originali, Nixon incluso: un lestofante però un grande stratega della geopolitica».
Il confronto tra Stati Uniti e Cina è ormai irreversibile? E siamo dentro una nuova Guerra fredda o dentro qualcosa di ancora più complesso?
«Molto più complesso. Immaginiamo se nel periodo più buio della guerra fredda l’Unione Sovietica, oltre agli arsenali nucleari, alle guerre per procura dalla Corea al Vietnam, alle crociate ideologiche, alle reti di spie infiltrate in Occidente, avesse avuto anche un’industria avanzata quanto quella americana, e un monopolio di risorse per noi essenziali».
Sul dossier iraniano: l’Occidente ha ancora una strategia verso Iran o si limita a reagire alle crisi, tra nucleare, proxy regionali e instabilità permanente?
«L’Occidente in Iran non esiste. C’è l’America, che ha tuttora le forze armate più forti del pianeta, ma con un presidente ondivago e impulsivo. Un’intuizione di Trump poteva essere giusta: l’Iran ha preso in giro e umiliato ben sette presidenti prima di lui, forse bisognava tentare un affondo per mettere fine a una guerra di 47 anni voluta e perseguita dagli ayatollah. L’intuizione di Trump si è persa per strada, cambiando ogni giorno il messaggio sugli obiettivi finali di questa guerra ha sprecato le performance del Pentagono. Le cose hanno preso una brutta piega però aspetterei a fare bilanci, l’esito delle guerre si capisce anni dopo. In questa invece i due terzi dell’America e i nove decimi dell’Europa – odiando Trump per ragioni comprensibili – hanno deciso dal primo minuto che lui deve perderla e hanno annunciato cento volte la sua sconfitta».
Dopo il 7 ottobre e la guerra in Medio Oriente, Israele resta un avamposto strategico dell’Occidente oppure rischia un crescente isolamento politico?
«Sembra un controsenso, ma sono vere tutt’e due le cose. Con una precisazione sull’isolamento: mentre Netanyahu ha perso gran parte dell’Europa ed è riuscito ad alienarsi perfino una maggioranza della popolazione americana, Israele come sistema e come modello è molto meno isolato di una volta nel mondo arabo».
Lei sostiene che la Russia resti una minaccia strategica: il vero rischio oggi viene solo da Russia o dall’asse sempre più stretto Mosca-Pechino-Teheran?
«Quell’asse – a cui furono aggiunti pure il Venezuela e la Corea del Nord – è sempre stato una semplificazione dei media. Aiuti, collaborazioni, collusioni, sono costanti, però non si tratta di una vera alleanza. La Cina soprattutto, ma anche la Russia di Putin, sono governate da leader opportunisti. Per questa ragione anche lo strettissimo rapporto bilaterale fra Cina e Russia potrebbe non sopravvivere alla scomparsa di Putin o di Xi. I russi saranno i primi a capire che trasformarsi in una colonia cinese è un errore quasi altrettanto grave che risvegliare il riarmo tedesco. Putin crede di essere lo Zar del riscatto che cancellerà le umiliazioni di Gorbacev, invece lascerà alle prossime generazioni una Russia più debole e inguaiata di quella di Gorbacev».
I rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti non erano forse mai stati così tesi: l’Europa è ancora alleata o sta diventando concorrente debole e diffidente?
«I rapporti tra Europa e Stati Uniti – anche a prescindere dal periodo pre-1945 – sono sempre stati segnati da crisi gravissime. Molte coincisero con guerre mediorientali assortite da shock energetici. A Suez nel 1956 il repubblicano Eisenhower mise in ginocchio Inghilterra e Francia; dopo il conflitto dello Yom Kippur nel 1973 Nixon minacciò di ritirare tutti i soldati americani dalla Germania. Se rileggiamo le analisi che uscirono quando l’invasione dell’Iraq decisa da Bush Junior nel 2003 fu condannata da Germania e Francia, ritroviamo le stesse conclusioni: la Nato è morta, si disse. Le crisi si assomigliano, ma col passare dei decenni il paradosso è questo: l’Europa è diventata ancor meno rilevante. Oggi l’influenza americana in Medio Oriente deve vedersela con partner o concorrenti locali che si chiamano Iran, Arabia, Emirati, Turchia, oltre che con i rivali storici Russia e Cina. Il ruolo europeo resterà come una nota a piè di pagina nei libri di storia».
Nel libro lei descrive un modello europeo in crisi: il continente ha abusato del proprio pacifismo confidando troppo nella protezione americana?
«Ora che alla Casa Bianca c’è il Grande Satana, è diventato impudico ricordarlo: ma l’insofferenza per il parassitismo europeo della difesa risale al padre del Piano Marshall, Harry Truman, così come a John Kennedy. Il modello in crisi non riguarda solo il pacifismo che scambia l’impotenza per saggezza. Il Rapporto Draghi, redatto da un europeista, è implacabile sui ritardi accumulati verso l’America in termini di dinamismo economico, innovazione, imprenditorialità. Il sistema-America batte l’Europa dagli anni Ottanta. In questo periodo si sono alternati presidenti di ogni colore, con ricette economiche molto diverse, su questo terreno Trump ha pochi meriti o demeriti. L’economia Usa non prende ordini dai governi. È proprio questa la sua forza».
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