Per il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, quella di ieri è stata una tappa fondamentale del suo tour diplomatico. L’incontro con Vladimir Putin e l’omologo russo Sergei Lavrov è servito per fare il punto della situazione con quello che resta, insieme alla Cina, il più importante partner strategico di Teheran. Il presidente russo ha confermato i solidi rapporti tra i due Paesi. Ha detto di avere ricevuto un messaggio dalla Guida suprema, Mojtaba Khamenei, che da quando è stato eletto come leader iraniano si è rivelato un “fantasma” circondato da notizie drammatiche sul suo stato di salute. “Il popolo iraniano sta combattendo con coraggio e eroismo per la sua sovranità”, ha detto Putin. “Faremo tutto il possibile per raggiungere la pace in Medio Oriente nel più breve tempo possibile” ha poi continuato il capo del Cremlino, “agiremo in tutto ciò che serve agli interessi dell’Iran e dei Paesi della regione”. E queste dichiarazioni non solo confermano la volontà russa di rinsaldare l’alleanza strategica con la Repubblica islamica, ma anche il desiderio di non apparire quale sostenitore di una sola parte.

Del resto, non è un mistero che Mosca debba mantenere solidi rapporti con le monarchie del Golfo sul fronte energetico. E il presidente russo, in questa difficile fase dei negoziati, sa che deve mantenere un equilibrio molto complesso. Da una parte vuole sostenere l’Iran per evitare che gli Stati Uniti ottengano una vittoria nel cuore dell’Asia. Dall’altra, non può permettersi lo scontro con i Paesi arabi e nemmeno con il suo collega alla Casa Bianca. Donald Trump, infatti, è un interlocutore troppo importante per il Cremlino nell’intricata partita ucraina. E Putin, ora, deve capire come ottenere il più possibile da una partita in cui, almeno inizialmente, aveva provato a muoversi da mediatore (anche con Israele). Anche per questo motivo, Araghchi ha voluto evitare di inviare messaggi troppo duri dalla sua tappa russa. Ai microfoni della televisione russa, il ministro ha detto che l’Iran sta valutando la possibilità di nuovi negoziati con gli Stati Uniti. “È chiaro che l’Iran si trova di fronte alla più grande superpotenza mondiale che non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi” ha detto Araghchi, e per questo motivo, Trump “chiede negoziati”. “L’approccio americano ha fatto sì che il precedente ciclo di negoziati, nonostante alcuni progressi, non raggiungesse i suoi obiettivi a causa di richieste eccessive”, ha poi affermato il capo della diplomazia iraniana da San Pietroburgo.

Ma da Teheran non sono arrivati segnali particolarmente distensivi. Ebrahim Azizi, capo della commissione per la Sicurezza nazionale nel parlamento iraniano, ha detto che lo Stretto di Hormuz passerà ufficialmente sotto il controllo dell’esercito, che avrà quindi il compito di monitorare il passaggio marittimo. I pedaggi, per chiunque deciderà di solcare le acque dello stretto, dovranno essere pagati nella moneta locale, cioè il rial. Una proposta inaccettabile secondo il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, trattandosi di acque internazionali. Intanto, però, il presidente del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, che ha incassato il sostegno di 261 deputati su 290 per proseguire nel suo ruolo di capo negoziatore, ha avvertito sul social X gli Usa dicendo che lui è tra i “30 milioni” di iraniani pronti al sacrificio, e che Teheran ha ancora “carte” da giocare.

Le dichiarazioni giungono dopo che i media Usa hanno parlato di una nuova proposta iraniana. Secondo Axios, la Repubblica islamica sarebbe disposta a trattare sulla riapertura di Hormuz ma posticipando i colloqui sul nucleare in un secondo momento. I problemi però sarebbero almeno due. Il primo è che in realtà questa proposta sarebbe un modo per eludere un problema che Araghchi avrebbe spiegato ai mediatori di Pakistan, Egitto, Turchia e Qatar: e cioè che a Teheran non c’è unità di intenti sul dossier atomico. Il secondo tema, invece, riguarda la necessità di Trump e dell’alleato israeliano Benjamin Netanyahu di ottenere una vittoria significativa, anche per via negoziale, proprio sul programma nucleare. Elemento a cui si unisce anche un altro dossier bollente: la fine dell’asse sciita in tutto il Medio Oriente.