L'intervista
Legge elettorale, D’Alimonte: “È difficile difendere le liste bloccate. I parlamentari? Così si assicurano la pensione”
Roberto D’Alimonte, politologo, è stato audito ieri al Senato. Abbiamo parlato di legge elettorale con lui.
Professore, la battaglia sulle preferenze è davvero una questione di democrazia o è soprattutto uno scontro per ridefinire i rapporti di forza nel centrodestra?
«Il voto di preferenza dovrebbe essere uno strumento che favorisce un rapporto più diretto tra elettori ed eletti. Le regioni dove il voto di preferenza è più utilizzato sono quelle dove le reti clientelari, lecite e illecite, sono più forti. Il voto di preferenza ha altre criticità, introduce un elemento di competizione all’interno dei partiti che ne mina la coesione. Allo stesso tempo, però, rappresenta uno strumento a disposizione per l’elettore che voglia informarsi e scegliere quello che gradisce di più. Quindi, è uno strumento che ha pregi e difetti. In passato io ne vedevo più i difetti dei pregi. Oggi, in un contesto in cui i partiti sono sempre più deboli e arroganti, l’astensionismo continua a crescere e così la sfiducia nella classe politica mi sembra politicamente difficile difendere le liste bloccate. La Meloni lo ha capito e non vuole lasciare all’ opposizione questa carta da giocare».
A proposito di Meloni, se dovesse imporre le preferenze contro le resistenze degli alleati, ne uscirebbe politicamente rafforzata o rischierebbe di incrinare gli equilibri della coalizione?
«Diciamo che il voto di preferenza, quello bocciato alla Camera, e che la Meloni vuole introdurre di nuovo al Senato è un meccanismo che prevede comunque l’elezione della maggioranza dei parlamentari con liste bloccate. Mi pare di capire che su questo la Meloni sia determinata. Non credo che Lega e Forza Italia vogliano rischiare una crisi di governo. Con l’eventuale ennesima bocciatura del voto di preferenza salterebbe l’intera riforma elettorale e si tornerebbe a votare con il Rosatellum che darebbe una vittoria quasi certa al campo largo. Possibile che Salvini e Tajani vogliano rischiare di perdere la chance di vincere le prossime elezioni per difendere il principio della lista bloccata? Non ci credo. Sono schermaglie all’interno di una coalizione che vede Lega e Fi in difficoltà, mentre la Meloni dopo 4 anni di governo mantiene un consenso invidiabile».
Molti parlamentari matureranno il diritto alla pensione solo nell’aprile 2027. Quanto può pesare questo elemento nelle scelte dei gruppi parlamentari? È cinico dirlo o è semplicemente un dato della politica?
«È cosa cinica ma è un dato di fatto. Perdere il diritto alla pensione, oltre alle prossime elezioni, per difendere le liste bloccate o per fare un dispetto alla Meloni? Non esiste».
Questa riforma nasce per garantire più governabilità, ma sembra anche il frutto di una lunga mediazione tra interessi di partito. Il rischio è che prevalgano le convenienze dei leader rispetto a quelle degli elettori? Possibili scenari?
«Non c’è dubbio che le convenienze degli elettori sono l’ultima cosa cui i partiti hanno a cuore. Da quando siamo passati dal proporzionale della Prima repubblica ai sistemi misti della Seconda tutte le leggi elettorali hanno introdotto sistemi di voto complicatissimi che rispondevano agli interessi dei partiti e non degli elettori. Anche in questo caso ci si è inventati un premio in cifra fissa che ha complicato tutto. Sarebbe bastato fissare un premio al 55 per cento per la coalizione con più voti. Si è preferito fissare un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (i famosi listoni) perché Lega e Forza Italia volevano una stanza di compensazione con cui negoziare con FdI una quota di seggi superiore alla loro consistenza elettorale stimata. E questo ha comportato tutta una serie di complicazioni, anche di ordine costituzionale».
Da «disproporzionalista», ritiene che il premio di maggioranza sia sufficiente oppure, senza un vero ballottaggio, continueremo ad avere leggi elettorali che promettono governabilità ma producono compromessi?
«Questo sistema elettorale è un Giano bifronte. È allo stesso tempo un sistema maggioritario e proporzionale. Infatti se una coalizione arriva al 42 per cento la coalizione vincente avrà una maggioranza certa e quindi saranno gli elettori a scegliere il governo. Se invece nessuna coalizione arriva a quella soglia tutti i seggi verranno distribuiti in modo proporzionale e in questo caso invece di un minimo di governabilità faremmo un salto nel caos perché sarebbe difficilissimo formare un governo stabile. Il ballottaggio avrebbe risolto il problema e garantito un esito maggioritario. Tra l’altro con il ballottaggio la Meloni avrebbe potuto introdurre una sorta di premierato senza riforma costituzionale. Il ballottaggio consentirebbe di gestire meglio anche la questione del potere di ricatto dei partiti estremisti».
C’è chi ha già ribattezzato questa legge «Gattopardum»: cambia qualcosa perché, in sostanza, cambi il meno possibile. È solo un’efficace etichetta giornalistica o coglie un limite reale della riforma?
«Il limite della riforma è la sua natura duale. Se funziona ci darà un minimo di stabilità. Se non funziona avremo una situazione di ingovernabilità».
© Riproduzione riservata







