Esteri
Trump ferma i raid, i pasdaran bloccano le ritorsioni. Oggi l’incontro con Netanyahu a Washington
La tregua tra Iran e Stati Uniti è uno dei tanti punti interrogativi di questo conflitto. Di fatto, nessuno ha dichiarato un cessate il fuoco. Donald Trump ha fermato i bombardamenti e l’Iran ha bloccato le sue ritorsioni missilistiche sull’intera regione. Ma sulla sostanza di questa tregua nessuno è in grado di dare definizioni più ampie né interpretazioni a medio o lungo termine. Mentre lo Stretto di Hormuz resta bloccato con le navi che cambiano rotta, la versione ufficiale della Casa Bianca è che si sia voluto dare spazio alla diplomazia. “Siamo impegnati in negoziati molto intensi con l’Iran. Se non funzionano, torneremo ad un’azione militare molto forte” ha detto Trump ad Axios, sottolineando come non sia disposto a concedere molto tempo. “O va in porto velocemente o non va per niente” ha detto The Donald.
Fonti di alto livello di Associated Press hanno suggerito che i mediatori hanno computo progressi sostanziali per riportare i due governi al tavolo delle trattative. Qatar e Pakistan che premono per un cessate il fuoco reale. Da Teheran però sono arrivate dichiarazioni di tutt’altro avviso. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha sottolineato che la Repubblica islamica non ha chiesto la riapertura delle trattative, che non è in corso “alcun negoziato” e che, in generale, i negoziati con gli Stati Uniti “non fanno parte del nostro Dna”. Sempre Baghaei ha chiarito che non c’è alcun coinvolgimento degli Usa nei colloqui con l’Oman su Hormuz. E se l’intransigenza sembra avere preso il sopravvento nella leadership di Teheran, anche a Washington la situazione appare poco chiara. Secondo alcuni media americani, a pesare sulla scelta di Trump di fermare i raid sarebbero stati soprattutto i militari. Il capo degli stati maggiore congiunti, il generale Dan Caine, avrebbe detto a The Donald del pericolo legato al rapido esaurimento delle scorte di intercettori Patriot e di altri missili per la difesa aerea.
Inoltre, secondo Axios, l’ammiraglio Brad Cooper, capo di Centcom, avrebbe invitato la Casa Bianca a interrompere i raid perché avevano ormai raggiunto la loro massima efficacia, e, arrivati a 13 notti consecutive di bombardamenti, il comandante ha avvertito che le alternative si erano ridotte a due: aumentare la campagna aerea con nuovi obiettivi da colpire oppure fermarsi in attesa di capire i margini della soluzione politica. Questi suggerimenti avrebbero convinto Trump al pari di quelli del suo entourage politico. Il presidente appare ormai senza troppe vie d’uscita. In base all’ultimo sondaggio targato Cbs News/YouGov, otto americani su dieci ritengono la guerra all’Iran molto più complicata rispetto a quanto previsto dal tycoon. Gli statunitensi hanno visto aumentare sensibilmente il costo medio della benzina. Solo un terzo dei cittadini, inoltre, è favorevole a proseguire il conflitto. E il rischio è che la guerra possa investire l’intera regione.
Ieri l’Arabia Saudita ha intercettato droni lanciati dalle milizie sciite dell’Iraq e diretti contro gli impianti petroliferi nell’est. Gli Houthi hanno rivendicato nelle stesse ore il lancio di missili e droni contro altre infrastrutture energetiche saudite. Riad ha giurato che ci sarà una risposta. E oggi, intorno alle 17 italiane, è previsto l’incontro tra Trump e Benjamin Netanyahu, che parteciperanno, alcune ore dopo, ai funerali del senatore Lindsey Graham. Il premier israeliano ha detto che al centro dei colloqui ci sarà l’Iran. “Intraprendo questa missione con un obiettivo chiaro. Garantire la sicurezza, la forza e il futuro del nostro amato Stato di Israele” ha affermato prima di partire per gli Stati Uniti. Mentre The Donald è stato chiaro: “Parlerò con Bibi del fatto che, se non fossi presidente, l’Iran avrebbe già le armi nucleari e Israele sarebbe stato distrutto”.
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