Società
Quando un sindaco incontra un sacco nero. Gli italiani specialisti nell’abbandonare i rifiuti
C’è un oggetto che, prima o poi, entra nella vita di ogni sindaco. È un sacco nero. Non uno qualunque. Il sacco nero. Quello che qualcuno deposita con una puntualità quasi commovente davanti all’ingresso del cimitero, all’imbocco di una strada di campagna o vicino a un cestino dei rifiuti, come se bastasse avvicinarsi a un luogo “pubblico” per trasformare un gesto incivile in un problema di qualcun altro.
La cosa più curiosa è che il sacco nero è ormai una rarità. Nei supermercati è quasi sparito, sostituito da quelli trasparenti o semitrasparenti imposti dalla raccolta differenziata. E allora mi domando sempre dove li vadano a pescare. Esiste un magazzino segreto? Un collezionista? Un mercato dell’usato? Sono oggetti vintage che qualcuno conserva gelosamente in cantina aspettando il momento giusto per disfarsene? Non lo so. So soltanto che il sacco arriva. Sempre. E riesce a far arrabbiare tutti, anche perché, così come avviene nel mio da decenni, nella maggior parte dei Comuni la raccolta è porta a porta. Non bisogna nemmeno spostarsi dall’isolato: basta lasciare il sacco davanti a casa e il solerte addetto lo ritira. Eppure c’è chi preferisce caricarselo in macchina, fare un po’ di strada e lasciarlo davanti al cimitero. Evidentemente l’abbandono dei rifiuti è uno sport che richiede movimento.
A quel punto squilla il telefono. «Sindaco, c’è un sacco davanti al cimitero». Come se ce l’avessi portato io. Ci sono problemi che nessuno sa di chi siano. Ma il responsabile, in qualche modo, è sempre il sindaco. Così ci passo davanti, lo guardo, lo fotografo e chiedo allo stradino di rimuoverlo. Anche lui, però, arriccia il naso. Quel sacco non entusiasma nessuno. Anzi. E allora arriva puntuale la domanda che tutti fanno: «Perché non mettete una telecamera?». Bella idea, se fosse facile attuarla così come apparentemente sembra. Peccato che le fototrappole non si appendano agli alberi come le casette per gli uccelli. Ci sono norme da rispettare, autorizzazioni, procedure, perfino cartelli che devono segnalare la videosorveglianza. E viene spontaneo chiedersi se davvero chi arriva con il sacco nero sotto braccio abbia voglia di farsi riprendere mentre compie il suo piccolo capolavoro.
Nel frattempo il sacco è ancora lì. Allora non resta che aprirlo. Naturalmente seguendo tutte le procedure e alla presenza della Polizia locale. È uno dei momenti più alti dell’amministrazione comunale. Per qualche minuto il sindaco smette di occuparsi di bilanci, scuole, lavori pubblici e sicurezza e spera che, tra un cartone del latte, una scatoletta di tonno e qualche buccia di banana, salti fuori una bolletta, una ricevuta, un indirizzo, qualcosa che restituisca un nome a quel rifiuto senza identità. Qualche volta succede. Più spesso no. Facile capire perché.
A quel punto il sacco finisce dove avrebbe dovuto finire fin dall’inizio. L’incivile resta anonimo. Dopo qualche giorno, o se siamo fortunati qualche settimana, il copione ricomincia identico. Cambia il sacco, non cambia la storia. Perché il problema, in fondo, non è mai stato quel mucchio di rifiuti. È l’idea, dura a morire, che quello che sparisce davanti a casa propria sparisca anche dalla coscienza. Peccato che, in Italia, ci sia quasi sempre qualcuno chiamato a farsene carico. E quel qualcuno, molto spesso, è il sindaco.
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