Un'estate d'inferno
Caldo a Milano, un’estate infernale: stop al lavoro all’aperto per prevenire malori e decessi
Il termometro è la parte meno interessante della faccenda. Quello che il caldo sta facendo a Milano è un test di amministrazione: obbliga un potere pubblico allenato a governare la crescita — cantieri, linee metropolitane, skyline — a governare invece la sopravvivenza ordinaria di chi la città la abita e ci lavora. Non un’emergenza stagionale da attraversare a colpi di raccomandazioni sull’acqua e le persiane chiuse, ma un mutamento delle condizioni di base entro cui si esercita il mestiere di sindaco.
La macchina, va detto, si è mossa. L’ordinanza regionale del 9 giugno, valida fino al 23 settembre, vieta il lavoro all’aperto tra le 12.30 e le 16 nei cantieri edili, nelle cave, nelle aziende agricole e florovivaistiche, nei giorni in cui la mappa Worklimate di Inail-Cnr segnala un rischio alto. Il calendario del lavoro viene scritto da un bollettino scientifico anziché dall’orologio: novità di portata notevole, trattata da tutti come una circolare. Palazzo Marino ha poi esteso lo stesso impianto ai ciclofattorini, ordinando alle piattaforme di rallentare l’algoritmo che assegna le consegne. Sul punto torniamo nelle pagine, perché è lì che il conto si complica.
È molto, rispetto al nulla di tre estati fa. Ed è poco, se si guarda la scala. Il calore non riconosce i confini comunali: la cupola d’aria appoggiata sull’area metropolitana copre centotrentatré comuni e tre milioni di persone, e non si ferma alla circonvallazione. Le risposte restano spezzettate. Un Piano Aria e Clima qui, un’ordinanza regionale là, una forestazione finanziata dal Pnrr che pianta alberi soprattutto fuori città, mentre il verde per abitante dentro i confini di Milano non cresce: arretra.
E ogni misura ha un costo, che finora ricade su chi il caldo lo prende addosso — l’operaio fermato a mezzogiorno, il fattorino a cui l’app smette di assegnare ordini nell’ora di maggiore fatturato. Tutelare senza compensare è una tassa sul lavoro più esposto, ed è una scelta politica, non un dettaglio tecnico.
La campagna per il 2027 parlerà di stadio, sicurezza, urbanistica. Difficilmente parlerà di ombra, di suoli permeabili, di chi paga le ore che il termometro cancella: materie che non producono inaugurazioni e i cui benefici maturano quindici anni dopo, il tempo che serve a un tiglio per fare ombra vera. È il test di una classe dirigente metropolitana. Governare ciò che non si vede dentro un mandato.
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