I profili
Lavitola indagato serve spaghetti con le vongole, Adinolfi a casa col braccialetto elettronico. Perché la Procura di Roma ha agito in maniera così diversa?
Esiste un principio che dovrebbe valere sempre, indipendentemente dal nome dell’indagato, dal suo orientamento politico, dalle simpatie che suscita o dall’antipatia che provoca: il garantismo. Garantismo non significa, come dice Marco Travaglio, assolvere preventivamente chiunque. Significa pretendere che tutti siano trattati allo stesso modo, con identiche garanzie e identici criteri.
Lavitola e Adinolfi: due pesi, due misure
Da una parte c’è Valter Lavitola, indagato nell’ambito di una vicenda estremamente grave e con l’accusa di strage che, se confermata, avrà pene severissime. Eppure è rimasto a piede libero, i suoi telefoni gli sono stati restituiti dopo poche ore, rilascia dichiarazioni, incontra giornalisti, la sera va nel suo ristorante e serve gli spaghetti con le vongole, la specialità della casa. Dall’altra parte c’è Mario Adinolfi. Le contestazioni nei suoi confronti riguardano ipotesi di truffa ed evasione fiscale. Reati certamente seri ma di natura molto diversa rispetto a quelli contestati a Lavitola. Nei suoi confronti, però, sono stati disposti gli arresti domiciliari, il sequestro di computer, telefoni e strumenti di lavoro.
Perché la Procura di Roma ha agito in maniera così diversa?
Naturalmente ogni procedimento ha una sua storia e le misure cautelari si fondano su esigenze specifiche previste dal codice: pericolo di fuga, rischio di inquinamento probatorio o reiterazione del reato. Sarebbe scorretto sostenere che due vicende diverse debbano avere identico esito.
Ma proprio perché le misure cautelari limitano una libertà costituzionalmente garantita prima di una condanna definitiva, è inevitabile interrogarsi quando la differenza di trattamento è così marcata. La domanda non è se Adinolfi o Lavitola siano colpevoli o innocenti. La domanda è un’altra: perché, davanti ad accuse tanto differenti per gravità, la Procura di Roma ha agito in maniera così diversa? Da anni il dibattito pubblico denuncia il rischio di una giustizia percepita come “variabile”, nella quale il rigore sembra dipendere anche dal contesto mediatico che accompagna un’inchiesta. Una percezione che finisce per logorare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Ma c’è poi un ulteriore elemento che non dovrebbe essere sottovalutato.
La forza dello Stato di diritto
Ogni volta che una persona viene sottoposta a una misura cautelare, soprattutto se dietro le sbarre, entra in un circuito che produce conseguenze personali, familiari e professionali spesso irreversibili. Tanto più in un Paese nel quale le condizioni delle carceri sono imbarazzanti.
Per questo il garantismo non può essere selettivo. Non si può invocarlo quando l’indagato è simpatico e dimenticarsene quando appartiene a un’altra area politica o culturale. Il principio è semplice: stessi diritti, stesse garanzie, stesso rispetto della presunzione di innocenza.
È proprio questa la questione che dovrebbe interessare tutti. La forza dello Stato di diritto non consiste nel colpire qualcuno più duramente di altri ma nell’essere prevedibile, imparziale e uguale per tutti. Se due vicende così diverse producono risposte giudiziarie tanto distanti, è legittimo chiedere che le ragioni vengano spiegate con la massima trasparenza. Nessuno, ci mancherebbe altro, vuole accusare i magistrati, anche solo per evitare l’ennesima querela per diffamazione. Bisogna però evitare che si consolidi la sensazione in questo Paese esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B.
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