Le elezioni amministrative 2026 consegnano una verità politica che a Roma molti fingono ancora di non vedere. Il centrodestra regge, in alcuni territori addirittura avanza, ma dentro quella coalizione Forza Italia continua lentamente a perdere identità, radicamento e funzione politica. I numeri sono impietosi. Nei principali Comuni italiani dove il simbolo era presente, il partito di Antonio Tajani raramente è stato trainante. Venezia attorno al 2%, Prato poco sopra il 4%, Genzano sotto il 4%, Andria al 5%, Corato addirittura sotto il 3%. Persino in territori storicamente moderati e berlusconiani, Forza Italia appare ormai una forza accessoria, quasi notarile, mentre Fratelli d’Italia continua a consolidare la propria leadership nel centrodestra. Ed è proprio questo il punto: oggi il centrodestra vince anche senza una Forza Italia forte.

Il paradosso politico più clamoroso di queste ore è che Tajani e i vertici azzurri stanno celebrando ossessivamente la vittoria di Reggio Calabria come fosse la consacrazione della linea nazionale del partito. Ma forse stanno certificando esattamente il contrario. Perché proprio Reggio dimostra che Forza Italia funziona quando emergono leadership territoriali forti, credibili e autonome, molto più vicine alla visione pragmatica di Roberto Occhiuto che alla gestione romana del partito. Ed è forse questo il dato più drammatico per Tajani: oggi l’elettorato moderato non cerca più un partito burocratico o di mera sopravvivenza istituzionale, ma una leadership politica vera.

Nel frattempo Giorgia Meloni continua a rafforzarsi. Fratelli d’Italia resta il perno del centrodestra nonostante guerre, crisi internazionali e tensioni economiche. Allo stesso tempo cresce la percezione che il vero contenitore liberale, pragmatico e riformista non venga più rappresentato da Forza Italia ma, paradossalmente, da Azione e da Carlo Calenda, che continua a intercettare professionisti, imprese, amministratori civici e quell’elettorato moderato storicamente berlusconiano che non si riconosce più negli attuali vertici azzurri.

Molto meno incisiva del previsto appare invece la performance politica dell’area riconducibile a Roberto Vannacci, che non sembra aver prodotto il terremoto elettorale annunciato da mesi. Anche il cosiddetto campo largo continua a mostrare enormi fragilità. Elly Schlein non sfonda nel Paese reale e persino la vittoria del No al referendum sulla giustizia non è stata la vittoria del centrosinistra, ma semmai quella culturale di figure come Marco Travaglio e Nicola Gratteri, che però non costruiranno mai una vera alleanza organica con il Pd.

E poi c’è il tema più delicato. Tajani non sta perdendo credibilità soltanto come segretario politico. Anche da ministro degli Esteri appare sempre più schiacciato tra gaffe, banalità diplomatiche e una sensazione ormai diffusa: il vero ministro degli Esteri italiano oggi è Giorgia Meloni in persona. Ed è forse qui che il paragone diventa inevitabile. Tajani appare sempre più come un nuovo Angelino Alfano. Con una differenza, però: Alfano tradì Berlusconi dopo la ferita devastante della condanna del Cavaliere. Tajani rischia invece di tradire l’anima stessa di Forza Italia senza che nessuno abbia mai condannato Berlusconi presso il suo popolo. Ed è forse proprio questa la responsabilità storica più grave.