Attorno al Campo largo e nello spazio compreso tra i due poli continua a proliferare una galassia di movimenti moderati. Centri e centrini continuano a nascere, ma resta da capire quale sia la ragione politica di questa moltiplicazione di sigle che, nella sostanza, finiscono per infrangersi sulla risacca del bipolarismo. Sono numerosi, ma il loro peso elettorale è ancora difficilmente misurabile.

Il Pd tra addii e “si salvi chi può”

L’affollamento maggiore si registra nell’orbita del Campo largo. Poiché il suo baricentro è spostato a sinistra, la coalizione ha bisogno di forze moderate capaci di intercettare un elettorato che il Partito Democratico, da solo, non riuscirebbe mai a conquistare. È questa la funzione assegnata ai nuovi soggetti politici: recuperare consensi nei ceti moderati senza modificare l’impianto della coalizione. Nel Partito Democratico esiste ancora un’area riformista, ma pesa sempre meno e, soprattutto, è priva di una leadership riconosciuta. Stefano Bonaccini, che avrebbe potuto rappresentarla, ha scelto di riallinearsi a Elly Schlein, lasciando orfana quella componente. Decapitata la leadership, molti dirigenti sembrano ormai concentrati soprattutto sulla propria ricandidatura, secondo la logica del “si salvi chi può”. Altri hanno invece preferito lasciare il partito. Prima Marianna Madia, approdata a Italia Viva, poi l’europarlamentare Elisabetta Gualmini in Azione e la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, che ha dato vita a Spazio Pubblico.

La cinghia di trasmissione del Nazareno: da Renzi a Onorato

Il clima nei confronti dei riformisti ricorda una sorta di “maccartismo”. Il paradosso è evidente: si indebolisce la componente riformista interna, mentre si favorisce la nascita di liste civiche e movimenti moderati destinati a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione del Nazareno. In questo scenario si inserisce anche Matteo Renzi. La sua posizione resta ambigua: attaccato quotidianamente dal Fatto Quotidiano e osteggiato da una parte della sinistra più radicale, continua tuttavia a essere considerato da Elly Schlein un possibile alleato. La sua “Casa dei riformisti”, nata per riunire il mondo riformista disperso, appare però ancora poco popolata. Nel frattempo è comparso Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, sul quale viene spontaneo riproporre la celebre domanda attribuita a Stalin: «Quante divisioni ha Ruffini?». Nella stessa “fungaia” è cresciuta anche la figura dell’assessore romano Alessandro Onorato, sostenuto da Goffredo Bettini e da diversi ex dirigenti dei Democratici di Sinistra. Un’operazione che molti interpretano come funzionale a contenere Renzi e, indirettamente, a favorire Giuseppe Conte, che dell’ex presidente del Consiglio continua a diffidare profondamente. Sul versante dell’antibipolarismo continua invece a muoversi Carlo Calenda.

Perché un elettore dovrebbe scegliere uno di questi soggetti invece del Partito Democratico? È questa la vera debolezza dell’intera galassia centrista: molte sigle, pochi elementi distintivi e nessun autentico cambio di paradigma. Ciò che manca è una forza riformista capace di rompere con gli schemi del Partito Democratico e della galassia di movimenti moderati che gli ruota attorno. Finché prevarrà la logica del «Todos caballeros», cresceranno le sigle, ma non migliorerà la politica. E, con ogni probabilità, il centro continuerà a moltiplicarsi senza successo: finché resterà un semplice luogo geografico anziché una scelta politica, difficilmente riuscirà a conquistare consenso. Per farlo dovrà archiviare la vecchia cassetta degli attrezzi, dotarsi di una nuova visione e acquisire la forza necessaria per scomporre e ricomporre il quadro politico.