Donald Trump non ha lasciato dubbi. Dopo gli attacchi iraniani a Hormuz, la reazione di Centcom con i bombardamenti sulle coste dell’Iran e la risposta dei Pasdaran che hanno preso di mira 85 installazioni militari Usa tra Bahrein e Kuwait, il presidente americano è stato chiaro: “Per quanto mi riguarda, la tregua è finita”. “Non voglio più avere a che fare con loro”, ha detto il tycoon riferendosi agli iraniani, “sono feccia, sono persone malate, sono guidati da persone malate e sono persone spietate, violente. E se avessero un’arma nucleare, la userebbero”. Parole di fuoco confermate anche dalla sua idea riguardo i negoziati. “Per quanto mi riguarda, trattare con loro è solo una perdita di tempo. Sono dei bugiardi”, ha affermato. E durante il bilaterale ad Ankara con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, The Donald ha lanciato un’altra minaccia: “Probabilmente li colpiremo ancora stasera”.

Il tycoon si è poi spinto oltre, dicendo che potrebbe anche “fare a meno di un accordo” e ripristinare il blocco navale. Nessuno sa con certezza se questo sia l’inizio di una nuova ondata di attacchi o solo una dimostrazione muscolare in vista del prossimo round di colloqui. Ma in ogni caso, la tensione è alta. L’amministrazione Trump continua a colpire, ha revocato lo stop alle sanzioni e ha ribadito la necessità che lo Stretto di Hormuz resti libero. In questo, Trump ha ricevuto l’appoggio della Nato. Nonostante lo scontro tra il presidente americano e molti alleati, l’Alleanza ha confermato la necessità che le porte del Golfo restino aperte e che sia garantita la sicurezza dei flussi commerciali. Dalla Repubblica islamica sono arrivati ulteriori segnali di frattura. “L’era delle prepotenze e delle estorsioni è finita. Non porta da nessuna parte. Non ci piegheremo”, ha scritto su X Mohammad Bagher Ghalibaf, guida del Parlamento iraniano. Il presidente Masoud Pezeshkian ha accusato gli Usa di “aggirare le regole, intimidire gli avversari, creare ostacoli e barare”. E mentre la salma dell’ex Guida Suprema, Ali Khamenei, ha raggiunto l’Iraq per le celebrazioni nella città di Najaf, all’interno dell’Iran diversi apparati, i più radicali e quelli più legati ai Pasdaran, chiedono una reazione ancora più dura. Tanto che una fonte dell’emittente iraniana Press Tv ha detto che in caso di altri attacchi americani, Teheran chiuderà Hormuz.

L’impressione è che in questo momento la situazione oscilli tra due poli opposti. Da una parte, esistono chiari segnali di una possibile fiammata. Passato il 250esimo anniversario dell’Indipendenza, con il Mondiale di calcio in America entrato nelle fasi finali (per Trump una vetrina al momento poco riuscita) e con un negoziato fermo, Trump potrebbe essere disposto a un’escalation prima che inizi davvero la campagna elettorale per le Midterm. In Iran, invece, le pressioni delle frange estremiste sono forti, specialmente nel dibattito pubblico, e lo hanno mostrato le immagini dei cortei funebri per Khamenei. D’altro canto, esistono diversi elementi che frenano tanto Washington quanto Teheran. Sul piano tattico, nessuna delle due forze appare in grado di reggere un nuovo conflitto su larga scala, sia per le armi utilizzabili sia per le capacità di difesa. La Repubblica islamica sa che rischia di essere colpita nei centri vitali e nei siti nucleari e deve anche gestire un’economia che non può permettersi ancora per molto sanzioni e blocchi. La Cina ha avvertito di non riaprire il conflitto e Teheran può ottenere qualcosa sul piano diplomatico solo se evita di far ripiombare il Medio Oriente nel caos. Gli Stati Uniti, dall’altro lato, soffrono una carenza di intercettori. Questo vale anche per gli alleati del Golfo, che non vogliono subire le ritorsioni missilistiche iraniane e sanno di non poter contare sull’ombrello americano.

In Israele, l’Idf è pronta a qualsiasi scenario, ma si aspetta anche la prossima visita di Benjamin Netanyahu negli States. Gli alleati Nato confidano che sia riattivato subito il dialogo e lo hanno chiarito anche ieri ad Ankara. E per Trump conta anche il fattore interno. La sfiducia degli elettori per il memorandum d’intesa è alta, ma lo era anche per il modo in cui aveva gestito il conflitto. L’opposizione incalza sui poteri di guerra. I mercati hanno già perso punti per i timori di una nuova crisi e il petrolio torna a salire. E proprio per questo, molti osservatori ritengono che queste tensioni siano da ricondurre a un modo violento di trattare in vista dei colloqui in Pakistan.